La mamma di Ciro Esposito: “L’omicidio fu un agguato non una bravata”

Antonella Leardi: "Quei giudici andassero a spiegarlo nelle scuole di Scampia"

Secondo i giudici della Corte d'Appello di Roma quella fu "una bravata", non un agguato durante il quale Ciro Esposito, 31 anni di Scampia, ha perso l

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Secondo i giudici della Corte d’Appello di Roma quella fu “una bravata“, non un agguato durante il quale Ciro Esposito, 31 anni di Scampia, ha perso la vita. Così, è stato definito l’omicidio del tifoso napoletano. L’ultras della Roma Daniele De Santis, quel 3 maggio 2014, prima della finale di Coppa Italia a Roma tra Napoli e Fiorentina, non commise un agguato ma una “scomposta azione dimostrativa”. Dopo la sentenza della Corte d’Appello di Roma, che lo scorso 27 giugno ridimensionava la pena di Gastone da 26 a 16 anni di carcere, ecco le motivazioni. “Hanno ucciso mio figlio un’altra volta” ha detto Antonella Leardi, la mamma di Ciro, che di quel 3 maggio ricorda bene ogni particolare.

Antonella, secondo i giudici quella di Daniele De Santis è stata una “bravata”, lei cosa ha provato quando ha sentito quelle parole?
Non volevo crederci. Ho provato un dolore agghiacciante, come se avessero ucciso mio figlio un’altra volta. Un insulto alla memoria di Ciro e alla nostra tragedia. Mi sono sentita sconcertata, smarrita. Questi sono stati i sentimenti più forti che ho provato. 

Cosa avrebbe desiderato che i giudici dicessero?
Io avrei voluto solo una cosa: la verità, tutta la verità. La verità è che Daniele ha organizzato un agguato. E questo non lo dico solo io ma ci sono le testimonianze delle persone che erano sull’autobus insieme a mio figlio a Tor di Quinto che hanno visto tutto e conoscono la dinamica dell’accaduto. A me non importa quanto tempo lui rimarrà in galera, ormai mio figlio è morto e nulla purtroppo lo riporterà in vita. Quello che mi preme è che la sua memoria e il suo onore non vengano feriti e umiliati con parole come “bravata”.

Cosa vorrebbe dire a Gastone se avesse l’opportunità di parlargli? E ai suoi familiari?
A Daniele De Santis direi semplicemente di chiedere perdono a Dio. Ai suoi familiari, invece, gli chiederei di cambiare atteggiamento, mi lanciano sguardi infelici. Se mio figlio avesse ucciso qualcuno io avrei abbassato lo sguardo, mi sarei umiliata.

E al giudice che ha scritto nella sentenza che quella è stata una “bravata”?
Sentendo questa espressione io ho formulato una riflessione: l’associazione “Ciro Vive” è impegnata a parlare di non violenza, di giustizia, e io stessa, spesso, vado nelle scuole a raccontare cosa è successo a Ciro, quanto è importante la legalità. Quando quei ragazzi mi chiedono cos’è una bravata io direi al giudice di andarci lui nelle scuole a spiegare agli allievi cos’è una bravata.La bravata è quella di un adolescente, non quella di un uomo di 50 anni con precedenti penali che esce di casa con una pistola con matricola abrasa e proiettili e che premedita un’agguato. Questa non è una bravata.

A cosa è servita la morte di Ciro?
Mi auguro solo che Ciro non sia morto invano, anzi spero che quello che è successo a lui possa servire ad altre persone affinché non si ripetano più i fatti di Tor di Quinto. L’odio ha ucciso Ciro ma l’amore dovrà salvare i giovani.

Lei perdonerà Daniele De Santis?
Io non lo perdono adesso, l’ho già perdonato tre anni fa. Ora lui il perdono lo dovrà chiedere a Dio. 

 

lafortezza

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