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Un viaggio in paesi lontani, raccontando le abitudini e i costumi di tribù primordiali e paesaggi incontaminati. Raz and the Tribe è la nuova docuserie di quattro puntate in onda dal 4 giugno, ogni lunedì alle 23:15, su Sky Atlantic. Nato da un progetto di Raz Degan, prodotto da Dry Media, l’attore israeliano in compagnia di tre “ospiti” d’eccezione (Asia Argento, Luca Argentero e Piero Pelù) si è confrontato in un’esperienza unica ed estrema. Etiopia, West Papua e Sumatra i luoghi deputati ad accogliere i quattro “famosi” avventurieri. Con loro, naturalmente, la troupe e un medico, il beneventano Enrico Pepiciello che ha raccontato le sue emozioni ad Anteprima 24.

E’ la sua prima esperienza in programmi televisivi come “Raz and the tribe”?

“L’esperienza a Raz and the Tribe come medico di spedizione è stata la prima di questo genere. In passato ho svolto attività medica per spedizioni militari da campo e come medico civile in un’isola privata senza servizi ospedalieri, ma non in zone così remote e distanti da ospedali. Oltre all’aspetto prettamente medico sapevo di dovermi muovere con discrezione e senza intralciare il lavoro altrui pur senza sottovalutare i rischi di salute di ognuno. E’ stata una bella sfida”.

Come è arrivato a ricoprire il ruolo di medico all’interno della docuserie?

“Sono stato contattato dalla produzione televisiva Dry Media tramite ricerca su piattaforme professionali di risorse umane. Sebbene fosse tutto molto entusiasmante, prima di accettare ho voluto assicurarmi di poter offrire il mio contributo professionale e personale adeguato nel rispetto della salute e sicurezza del gruppo”.

Etiopia, West Papua e Sumatra, quali i rischi maggiori per la salute dei partecipanti al programma?

“Recarsi in zone considerate “esotiche” ha sempre affascinato l’essere umano. Tuttavia per i viaggiatori che abitualmente vivono in condizioni igieniche e sanitarie di livello europeo è possibile incappare in situazioni poco agevoli e sconosciute. E’ stato fatto un grosso lavoro di risk management in stretta collaborazione con la Produzione. Vorrei sottolineare che oltre ai rischi di salute di natura medica, sono stati presi in considerazione anche altri aspetti come la sicurezza individuale e di gruppo, focalizzandosi sul cuore dei rischi maggiori e più probabili, cercando di prevenirli quanto più possibile con azioni e misure adeguate. Per quanto mi riguarda non si trattava solo di curare malattie e ferite, ma affrontare anche altri aspetti: decise le locations dei campi base e pianificato il viaggio, sono stati considerati i criteri di salute, le malattie infettive probabili in relazione anche ad eventuali focolai epidemici e i rischi relativi; per la mia esperienza di medico di un ufficio di vaccinazioni internazionali e consigli ai viaggiatori, aggiornato costantemente sulle epidemie emergenti e riemergenti e focolai infettivi nel mondo, ho potuto fornire spero utili informazioni riguardo ai rischi legati ai Paesi di destinazione.

Poi si è considerata la qualità e igiene del cibo, eventuali sanificazioni e la parte psicologica ovvero l’atteggiamento e le reazioni alle condizioni stressorie cui ci saremmo sottoposti. Puoi semplicemente dare qualche antidolorifico, come rassicurare su eventuali eruzioni cutanee, dare dei punti o anche semplicemente ascoltare e incoraggiare o individuare qualcuno che sta trovando stressante e faticosa la spedizione ma che non lo dice.

Comunque abbiamo volato per non so quante miglia toccando più di tredici aeroporti e cambiando aerei frequentemente con tempi stretti su moltissimi aerei (un grande lavoro da parte dei produttori e dello staff), attraversato diversi fusi orari nei vari passaggi da paese a paese, viaggiato su automobili fuoristrada su terreni difficili, tuk-tuk, barche e canoe a pelo d’acqua risalendo il fiume per oltre 4 ore, poi ancora a piedi tra fiumi e jungla, pertanto il pericolo di incorrere in incidenti cosiddetti “su strada” era sempre presente Alle problematiche del viaggio in sé come insonnia e jet-leg, sono frequenti i problemi gastrointestinali sia per le carenti condizioni igienico-sanitarie che per eventuali  intossicazioni alimentari (per questo è stato raccomandato caldamente a tutti di non avventurarsi in curiose sperimentazioni, sia per il rischio di assumere parassiti che sostanze tossiche). Poi vi sono i rischi traumatologici-ortopedici e le patologie da calore: siamo passati dal caldo-secco di oltre 30-35 gradi dell’Etiopia, al  caldo umido di West Papua e Sumatra che ha comportato diversi rischi sanitari. Si consideri inoltre che  eravamo accampati nei pressi del villaggio tribù di riferimento e senza i confort occidentali, come acqua corrente, refrigerazione e servendoci di un bagno da campo creato in loco. Poi c’è tutta la parte che riguarda i rischi infettivi legati a patologie endemiche, più quelli legati agli attacchi di animali velenosi come serpenti, scorpioni, ragni, le malefiche vespe assassine africane, senza trascurare quelle parassitarie trasmesse da insetti vettori come zanzare, pulci, pidocchi, zecche e svariate altre piccole bestiole tropicali, più le antropozoonosi trasmesse da animali infetti come Brucellosi, Tubercolosi, Listeriosi etc. Quindi abbiamo valutato lo stato immunitario e dovuto sottoporre la troupe a vaccinazioni adeguate”.

Quali particolari precauzioni e quale alimentazione è stata seguita durante lo svolgimento del programma?

“La produzione ha svolto un ottimo lavoro per mettere tutti in condizioni di poter svolgere il proprio compito al meglio. Le condizioni ambientali e logistiche che abbiamo dovuto affrontare non erano semplici. Sono stati forniti attrezzature adeguate e consigliato il relativo abbigliamento tecnico. La sicurezza innanzitutto e la prevenzione, oltre che la gestione di situazioni contingenti in loco: infatti sia in Etiopia, sia presso la tribù dei Mentawai a Siberut – Sumatra, solo con telefono  satellitare si poteva comunicare con il mondo e solo con un elicottero si sarebbe potuto evacuare un ferito a causa della distanza e impenetrabilità del luogo ad altri mezzi in caso di emergenza. Le precauzioni sono state messe in campo, ma è chiaro che l’improbabilità assoluta di non incorrere in difficoltà o il cosiddetto rischio zero non esiste. Per quanto riguarda la parte medica il grosso lavoro di preparazione non è stato semplice, dovendo calcolare le tipologie di kit diagnostici e terapeutici da portarsi e il numero di persone da curare (oltre 10 membri, senza considerare eventuali interventi sia al personale di supporto in loco che ad alcuni uomini, donne e bambini delle tribù che hanno richiesto un supporto medico dopo aver capito che avevamo medicine a nostra disposizione). Prima della partenza e durante la spedizione è stato necessario assicurare un conforto professionale preventivo e curativo non eccessivamente catastrofista per  non smorzare entusiasmi e ambizioni della spedizione, sia per il raggiungimento degli obiettivi di produzione sia per la godibilità della spedizione di tutti (tuttavia confesso di aver un pochino “spinto” sull’aspetto igienico al fine di  ridurre l’esposizione ai germi). Ho dovuto conoscere in anticipo lo stato di salute dei partecipanti, preparare schede individuali per ogni aspetto sanitario (allergie, abitudini alimentari, patologie sottostanti, stato immunitario, vaccinazioni etc…), insomma tanta roba che ho fatto con molto piacere, voglia e dedizione. Per quanto riguarda l’alimentazione i fixer locali ci fornivano acqua e cibo cotto sul campo. Su questo punto siamo stati fermi e decisi, avendo stabilito che avremmo mangiato tutto cibo ben cotto, costituito da pollo, riso e vegetali. Il caffè non mancava soprattutto in Etiopia, culla di questa bevanda, nonché prodotti confezionati al fine di ridurre al minimo i “rischi di infezioni o intossicazioni alimentari”. 

C’è stato qualche momento di tensione, paura in cui si è reso necessario il suo intervento?

“Ritengo che la paura sia un sentimento che aiuta a non sbagliare, ma a mio modo di vedere laggiù non sono capitati. Piuttosto qualche momento di tensione sì. Ricordo che in Etiopia, durante le riprese dell’evento tribale del Bull Jumping, ovvero della prova di maturità che il giovane Oita della tribù Hamar ha dovuto affrontare saltando nudo una serie di tori tenuti affiancati l’uno all’altro, a fatica i membri della tribù riuscivano a tenerli fermi, e Raz, trovatosi nella mischia per scattare immagini di grande effetto e nell’eccitazione del momento, poteva suo malgrado in qualche modo trovarsi coinvolto in un incidente, ma ciò non è stato per la sua agilità ed esperienza, quindi la tensione l’ho avvertita forse più io. Inoltre il giovane Oita zoppicante per una malformazione articolare al ginocchio ha dovuto affrontare la prova con maggior difficoltà e rischio rispetto a un suo coetaneo in buona salute, in quel momento ho paventato che potesse ferirsi gravemente”.

Un aggettivo per definire la sua esperienza personale a Raz and the Tribe?

“Confesso che l’idea di recarmi in luoghi considerati nell’immaginario collettivo di grande impatto esotico, e in più a contatto con tribù isolate, al seguito di una troupe televisiva con la partecipazione di personaggi noti al pubblico, mi ha dato grande stimolo professionale e gioia. Da ragazzo seguivo le avventure e i reportage che la rivista di viaggi di Ambrogio Fogar, un grande viaggiatore e pioniere di una TV di avventura; lo ricordo sempre con molto affetto e stima. Inoltre l’idea di avvicinare tribù in luoghi remoti e magari poter fornire loro anche un piccolissimo aiuto, ha unito la mia voglia di avventura con la professione che ho acquisito negli anni. La produzione è stata fantastica, con la troupe si è creato un mix splendido di collaborazione e supporto reciproco. I personaggi intervenuti unici: da Asia Argento, donna caparbia e dotata di una forte sensibilità per le debolezze e ingiustizie altrui, a Luca Argentero, ragazzo di una marcata professionalità e allegria, a Piero Pelù, artista di grande simpatia ed umiltà.

Per quanto riguarda Raz Degan invece che dire: una forza della natura, instancabile e caparbio. Dedito al proprio obiettivo ha voluto fortemente e segretamente che tutti riuscissimo ad allinearci su una dimensione spirituale condivisa. L’obiettivo credo sia stato raggiunto, poiché nei giorni di caldo africano o nelle umide notti di Sumatra nella Jungla sotto cieli stellati di un terso eccelso, realizzando di dover chiudere gli occhi per dormire a pochi passi da uomini indigeni che nulla di quello che noi consideriamo come confort conoscono, ho realizzato la fragilità umana e, al tempo stesso, ho appreso il privilegio di essere attore di un luogo meraviglioso come la terra.

Confesso di aver desiderato negli ultimissimi giorni ritornare alla mia vita “europea”, non siamo abituati a vivere in condizioni campali, ma lo spirito di sacrificio e di gruppo provati mi hanno reso molto più tollerante alle difficoltà quotidiane, che nulla hanno a che vedere con quelle provate in spedizione, ma che forse rendono la nostra società, cosiddetta moderna, più tribale di quello che si pensi. Credo che laggiù abbiamo tutti imparato molto, come ad esempio  anticipare le paure e ansie, essere realistici e adottare un’attitudine positiva poiché abbiamo affrontato le nostre reazioni naturali (disagio, ansia, rabbia, frustrazione); è stato un grande esercizio di controllo psichico, abbiamo avuto modo di  acquisire consapevolezza delle nostre reazioni e la capacità di osservare come noi stessi ci vedevamo in quelle situazioni.

Alla domanda quindi “un aggettivo per descrivere questa esperienza”, uno non è sufficiente, ma volendone dire uno che vale per tutti: travolgente!”