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Benevento – Il miracolo non c’è stato. Eppure ieri sera si è gelato il sangue nelle vene dei tifosi del Benevento, in quelli che ancora credevano nella salvezza nonostante tutto, nonostante qualcuno avesse tirato i remi in barca. Ci metterà tanto a sciogliersi quel sangue, bisognerà prima digerire una retrocessione ancora più amara di quella di tre anni fa.

In quel campionato la Strega ci mise poco ad accorgersi di essere inadeguata a una categoria troppo più grande di lei. L’arrivo di De Zerbi servì a lenire il dolore, le permise di togliersi qualche soddisfazione, eppure al bresciano non furono lesinate critiche: “E’ venuto per mettersi in mostra“, “Non gliene frega del Benevento“. Quante ne abbiamo sentite nei confronti di chi, invece, dimostrò coraggio nel prendere le redini di una squadra destinata da tempo a tornare in B, riuscendo ugualmente a restituirle una dignità.

Abbiamo visto cose peggiori quest’anno, abbiamo udito dichiarazioni imparate a memoria e ripetute senza senso fino allo sfinimento. Abbiamo finto di non percepire gli scricchiolii, di non vedere le crepe che si stavano pian piano facendo strada nel muro giallorosso. Accecati, forse, dal senso di gratitudine per quanto fatto lo scorso anno, ci siamo fidati e abbiamo sbagliato. E ora non venissero a dirci che per salvare questa squadra serviva davvero un miracolo. Troppo facile così, troppo semplice lavarsi le mani come Ponzio Pilato.

Parliamo di una squadra rimasta praticamente la stessa, con l’aggiunta di Depaoli e Gaich a gennaio. Sarebbe servito altro va bene, non è però questo il momento considerando che con i se e con i ma non si è mai scritta la storia. Una squadra capace di conquistare 22 punti nel girone di andata e di metterne assieme la miseria di 10 in quello di ritorno. Ne sarebbe bastato soltanto uno per coltivare ancora una speranza, per non dover recidere in anticipo il filo che la teneva legata alla A, sospesa sul baratro della retrocessione.

Non ci raccontassero che questa stagione verrà ricordata per i quattro punti conquistati contro la Juventus e la vittoria allo Stadium. Roba mica da tutti. Roba da almanacchi. Ci raccontassero, piuttosto, dei tre punti conquistati in quattro partite contro Parma e Crotone, compagne di sventura nella discesa in serie B. Ci raccontassero cosa è successo a gennaio, i perché di un’involuzione così netta e inspiegabile. Ci dicessero cosa è successo nel chiuso dello spogliatoio, dove sono emersi attriti confermati dal rettangolo di gioco. Quello, almeno, non mente mai.

Non venissero a raccontarci che il destino lo hanno indirizzato Doveri, Mazzoleni e compagnia. Adesso non è il caso di puntare il dito, non possiamo permettercelo dopo aver dilapidato quanto di buono fatto, dopo aver passato un girone di ritorno a guardare cosa facevano gli altri per demeriti e limiti propri.

Fa ancora più male perché misto alla delusione c’è quel molesto senso di tradimento. L’eco di parole che beffardamente sembrano unirsi in un’unica voce: “Lo avevo detto“. Quel fastidioso voler mettere le mani avanti da parte di chi sapeva da tempo che il prossimo anno sarebbe stato altrove. Lo avesse fatto De Zerbi sarebbe stato tacciato di alto tradimento e invece abbiamo accettato e ci siamo fidati. Sbagliando. Ma sbagliando si impara… o almeno si spera. Anche se ormai sarebbe il caso di parlarne al passato.