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Mario Morone è un giovane medico sannita, nativo di Cerreto Sannita, che ha esportato nel focolaio di Brescia tutto l’amore per il suo lavoro e la voglia di ‘lanciarsi tra le fiamme’ senza stare nemmeno troppo a pensarci. Il dottor Morone ha lasciato il Sannio da più di 20 anni, una parte li ha passati a studiare a Chieti (laureato nel 2005), un’altra parte proprio a Brescia dove si è specializzato in radiodiagnostica prima di trasferirsi l’anno scorso in una struttura privata, la Fondazione Poliambulanza, una struttura con grossa ricettività che, da quando il covid-19 ha varcato i confini italici, è diventa una struttura quasi interamente dedicata al virus che fa tremare lo stivale. 

“Nell’arco di questo mese- ha dichiarato Morone – l’ospedale è stato riconvertito ed è ora adibito solo per chi ha il virus. Avevamo 16 posti di terapia intensiva, ora abbiamo superato le 60 unità, recuperando spazi poco utilizzati. Abbiamo 300 posti letto, occupati esclusivamente da contagiati dal virus che hanno bisogno di supporto medico-infermieristico costante. Nonostante l’aumento di disponibilità, siamo al limite e non solo per gli spazi ma per il numero di medici e paramedici che è esiguo rispetto al numero di degenti”. 

Siete quindi chiamati tutti ad un vero tour de force quotidiano.
“Si, ormai siamo al limite delle nostre energie mentali, prima che fisiche. C’è il supporto di tutti, anche di medici convertiti da altre specializzazioni (neurologi, oculisti etc.). Utilizziamo tutti i presidi medici, seguiamo il protocollo ma i casi di contagio in ambito medico: sono tanti i colleghi in altre strutture del territorio che sono venuti a mancare. E questo ci sconsola, solo la solidarietà dei pazienti che sono guariti ci danno la forza di andare avanti: spesso ci mandano pizza, sushi, chiedono come stiamo, ci sono vicini perchè sanno che ci abbiamo messo tanto amore nel prestare loro le cure necessarie”.

Da radiologo, il tuo compito è tra i più delicati e difficili nel percorso che porta il paziente ad avere la brutta notizia di aver contratto il virus.
“Personalmente mi sono trovato a refertare anche 30 tac e decine di radiografie del torace in una sola notte, pazienti positiva ed in replay mi toccava scrivere polmonite interstiziale bilaterale. Farlo per 12 ore tirate diventa davvero un incubo. Ma va anche detto che da qualche giorno si vede un pò di luce in fondo al tunnel, gli accessi al pronto soccorso sembrano calare e questo lascia ben sperare per i prossimi decisivi giorni”.

Tanto lavoro e turni massacranti, ma c’è anche una vita familiare da preservare. 
“Mia moglie è oncologa, abbiamo una bimba di due anni. Già nel quotidiano, è complicato organizzarci non avendo genitori al nostro seguito. In questo periodo c’è l’aggravante del possibile contagio che ci impone dei comportamenti a volte poco affettuosi. Ma la bimba resta la nostra grande forza, a fine giornata o durante i brevi momenti di relax diventa una meravigliosa distrazione”.

Lontano da casa, ma con il pensiero rivolto agli affetti più cari.
“Sono costantemente aggiornato – ha concluso Mario Morone – e seguo con apprensione le vicende del Sannio che sono fortunatamente più gestibili. Sono preoccupato soprattutto per i miei genitori, le persone un pò più in là con gli anni sembrano le più colpite. Ma ho visto con i miei occhi casi di persone molto giovani che non ce l’hanno fatta, questo virus può essere letale per chiunque”.

Vista da dentro, poteva essere gestita meglio questa emergenza?
“Direi proprio di si. Se posso muovere una critica, c’è stata approssimazione sui dispositivi ma il problema è altrove: serviva un contenimento più drastico per evitare l’estrema virulenza di questo contagio. Mi auguro finisca tutto al più presto, dal giorno dopo però bisognerà rimodulare investimenti e gestione della sanità, troppo bistrattata negli ultimi anni”.