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Caserta – “La Provincia di Caserta presenta situazioni di degrado ambientale gravissime, causate dagli smaltimenti illegali di rifiuti speciali pericolosi e non, con conseguenti danni ambientali, peraltro non ancora quantificabili”. E’ impietosa, nella sua estrema franchezza, la relazione che la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, a firma del Procuratore Maria Antonietta Troncone, ha consegnato alla Commissione Parlamentare Ecomafie il 25 ottobre scorso nel corso di un incontro avuto alla prefettura di Napoli; parte dei membri dell’organismo di inchiesta presieduto da Alessandro Bratti sono stati in missione nelle province di Caserta e Napoli tra il 24 e il 25 ottobre; nel Casertano in particolare sono stati a Bellona, centro ubicato in una zona verde della provincia e ad alto tasso di produzione agricola, dove a luglio hanno bruciato per giorni i rifiuti speciali e non abbandonati presso l’ex impianto di lavorazione dell’immondizia dell’Ilside, società in liquidazione, che non è mai stato messo in sicurezza, nè ovviamente bonificato.

La Procura ha reso noto che per la mancata bonifica del sito, dove si calcola siano presenti 4500 tonnellate di rifiuti, di cui 1500 di rifiuti urbani e speciali e 3000 di rifiuti combusti, sono indagate cinque persone, tra cui il sindaco di Bellona Filippo Abbate, il funzionario del settore Lavori Pubblici del Comune Achille Gargiulo, il responsabile del procedimento Luigi Fusco, l’imprenditore Luciano Sorbo, in passato arrestato, che avrebbe preso soldi dal Comune senza effettuare alcuna bonifica. Inquietanti i dati forniti sui siti contaminati ma anche sulle tante indagini da cui emerge come il settore dei rifiuti abbia sempre rappresentato un importante business non solo per la criminalità organizzata, ma anche per sindaci e aziende poco avvezzi al rispetto delle leggi.

In totale sono 1285 infatti i siti attualmente contaminati e potenzialmente contaminati del Casertano, ricompresi nel Piano Regionale di Bonifica; presso il Dipartimento dell’Arpac di Caserta sono attive circa 400 procedure per l’effettuazione di indagini preliminari al fine di attuare le necessarie misure di prevenzione nelle zone interessate dalla contaminazione. Ancora più inquietante la circostanza che le discariche abusive, spiega la relazione, intese come siti in cui lo smaltimento dei rifiuti avviene in modo organizzato, sono ancora “quelle le cui attività di smaltimento illecito di rifiuti è possibile far risalire tra gli anni ’80 e gli anni ’90”. Nulla dunque è cambiato rispetto a tanti anni fa, le bonifiche in particolare sono ferme al palo.

Molto critica la senatrice casertana del Movimento Cinque Stelle Vilma Moronese. “Il dossier della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere – afferma la parlamentare – conferma che in provincia di Caserta nessuna azione seria è stata intrapresa per cambiare l’andamento delle cose. La relazione è assolutamente aderente con la realtà drammatica che vivono i cittadini dei nostri territori, e soprattutto con le nostre denunce depositate in Parlamento a partire dall’ex Cava Monti sino all’ultimo disastro ambientale avvenuto a luglio all’Ilside di Bellona, dove a tutt’oggi ancora bruciano i rifiuti sepolti dal terreno”.

Tra le dieci discariche abusive indicate dalla relazione, e che ricadono nella circoscrizione della Procura di Santa Maria – l’ufficio ha competenza su tutti i comuni del Casertano ad eccezione dei 20 dell’Agro-aversano, che ricadono nel territorio della Procura di Napoli Nord con sede ad Aversa – vi sono storici siti usati sia dalla camorra che dallo Stato durante l’emergenza rifiuti, come la Bortolotto e la Sogeri di Castel Volturno, Lo Uttaro a Caserta, Parco Saurino e Ferrandelle a Santa Maria la Fossa, la discarica Marruzzella a San Tammaro, Cava Monti a Maddaloni; nell’elenco figurano poi l’ex Ilside di Bellona, la mega discarica di rifiuti industriali interrati scoperta due anni nell’area produttiva ex Pozzi Ginori di Calvi Risorta, ribattezzata la “la più grande discarica sotterranea d’Europa”, la cava Cesque di Falciano del Massico, l’area dell’ex stabilimento Nokia di Marcianise dove recenti analisi hanno portato alla luce la contaminazione di ben 22 pozzi per l’acqua ubicati nelle vicinanze e usati da agricoltori e cittadini.