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di Anna Rita Santabarbara

“Che ne sarà dei ragazzi di Gomorra?” Questo l’interrogativo aperto dal libro di Gianni Solino, “Il Cratere – che fine fanno i ragazzi di camorra”, presentato questo pomeriggio presso la sede di Confindustria di Caserta in via Roma. Referente provinciale di Libera di Caserta, Gianni Solino si interroga sul futuro delle terre di camorra all’indomani degli arresti dei principali esponenti del clan dei casalesi. “Nelle terre del cratere, con cui ho definito i comuni di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa,” spiega Solino, “i ragazzi avevano solo la camorra, non avevano altro. Ora la camorra, intesa come apparato militare, non c’è più in quelle zone. Il grosso dei criminali è in carcere. Però tutti questi ragazzi che oltre alla faccia dello stato-carabiniere non hanno conosciuto altro e non vedranno altro, che cosa potranno fare della loro vita? Io penso che aspettano soltanto di rifarsi, di tornare a fare i camorristi.”

Lo spaccato fotografato da Solino presenta una la prospettiva di una terra in cui la tregua alla violenza brutale del passato potrebbe soltanto transitoria, poichè non è escluso un ritorno alla forza dei poteri criminali. La soluzione diventa, allora, quella del recupero delle nuove generazioni, che vanno educate con attività scolastiche ed extrascolastiche. Come trascorrono il loro tempo libero i ragazzi di questi comuni? Che cosa fanno? A quali attività si dedicano? Toni Mira, giornalista e caporedattore di “Avvenire”, intervenuto all’incontro, ha ricordato come per oltre 30 anni la camorra abbia deciso le sorti di questi territori grazie alla forza ricevuta attraverso il tacito assenso-consenso di imprenditori, politici, insegnanti e presidi.
“Bisogna capire dove lo Stato non ha fatto la sua parte, a partire da quei comuni commissariati in cui i cittadini, abbandonati dalle istituzioni, invocavano addirittura il ritorno dei camorristi.
Bisogna ripartire dai beni confiscati. Ogni anno vengono spesi soldi per riqualificarli ma poi non si pensa a che tipo di attività farci dentro. Non bisogna rassegnarci all’idea di convivere
con le mafie”.

A dare spessore all’incontro è stata la testimonianza di Antonio Picascia, imprenditore che ha pagato il suo rifiuto alla camorra con la distruzione della sua azienda, la Cleprin, data alle fiamme nell’estate del 2015. “Io sono Antonio Picascia e cerco di fare l’imprenditore in provincia di Caserta. Fino al 2008, di camorra non ne sapevo nulla se non quello che leggevo nei libri o di cui sentivo parlare alla tv”. Con quest’ironia piuttosto amara ha esordito Picascia, raccontando la storia di un’intimidazione durata anni, fino al culmine di quella notte del 24 luglio 2015, quando la sua azienda è stata data alle fiamme. E poi la denuncia, la voglia di ricominciare, la vicinanza delle persone e delle associazioni. “Non volevamo chiudere e mandare a casa 35 dipendenti. Abbiamo deciso di continuare. Ma nessuno ci ha voluto fittare o vendere un immobile”. Finalmente lo trova, ma proprio in questa settimana il comune di Carinola emette un’ordinanza di chiusura per un abusivismo edilizio risalente agli anni ’80, per cui Picascia aveva chiesto già il condono.

“Non è solo questione di legalità, ma anche e soprattutto di giustizia” e legge a tal proposito una frase del libro di Solino in cui si riconosce: “i delinquenti che collaborano vengono protetti e sovvenzionati, mentre i cittadini responsabili, che fanno il proprio dovere di testimoniare il delitto che hanno avuto la sventura di vedere se la devono sbrigare da soli?”
A moderare l’incontro è stata Rossella Calabritto, referente del Presidio Libera della città di Caserta. Presente anche il presidente di Confindustria, Luigi Traettino, che ha accolto con
entusiasmo il libro di Solino, perché “per sconfiggere il degrado del passato bisogna investire sulle nuove generazioni”.