Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa a firma dell‘associazione ‘Piazze del Sapere’.
Il paesaggio intorno a Caserta è segnato dallo sfregio provocato dalle cave sui Colli Tifatini. Alcune sono state chiuse, altre dismesse o sequestrate perché abusive per la produzione di polveri inquinanti, di cui le cave sono state la fonte principale. Il problema paesaggistico e quello dell’inquinamento sono sempre stati considerati i principali danni delle cave. In una zona come quella casertana, martoriata dal cancro della criminalità organizzata, dei territori di tale vastità e natura sono legati a due dei traffici criminali peggiori: quelli dei rifiuti e del materiale edile. Qual è ad oggi la reale situazione delle cave? Proviamo a scoprirlo sfogliando il Rapporto cave 2017 di Legambiente, che inizia con una panoramica del settore. Il sistema di cave, che si estende in tutta Italia, ha una duplice valenza. Da un lato costituisce un problema paesaggistico e non solo. Dall’altro lato ha contribuito allo sviluppo dell’urbanistica e dell’economia italiane. I materiali estratti si dividono in: inerti, che hanno subito una forte crisi degli ultimi anni; di pregio, la cui estrazione è ancora fiorente e dà vita a settori tradizionali.
Come intitolò un giornale locale tempo fa a Caserta e Maddaloni continua la maledizione delle cave. Ogni volta che lo sguardo va in quella direzione, ci appare uno spettacolo sempre più spettrale: intere colline sono state divorate e sfregiate dai cosiddetti “cavaioli”, che nonostante i divieti di legge continuano imperterriti la loro opera predatoria.
Lo sfregio delle cave è diventato enorme. È sotto gli occhi di tutti. Ora quelle colline non ci proteggono più come una volta. E purtroppo la situazione viene aggravata dai mutamenti climatici. La corta visione politica e la scarsa sensibilità ambientale degli amministratori continua a produrre danni incalcolabili: un dissesto idrogeologico senza pari. Non basta la chiusura delle attività dei due cementifici (Cementir e Moccia veri “mostri industriali” nel pieno della conurbazione casertana), bisogna impedire che in vari punti si continui a scavare ed estrarre calcare (come si può vedere a occhio nudo), bisogna fermare del tutto queste attività, che da decenni ci divorano la vita e la salute. Per queste ragioni dobbiamo chiedere con forza alle più alte autorità dello Stato, della Regione e anche al Governo, di bloccare questa folle corsa verso la distruzione dell‘eco-sistema in una delle aree a più alta densità urbana e produttiva.
Da parte delle associazioni ambientali e comitati dei cittadini più volte è stato riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica lo scempio già prodotto con la devastazione delle cave con un’ opera di distruzione ecologica, che ha già prodotto una situazione di dissesto ambientale per molti versi irreversibile. Un incredibile silenzio, accompagnato da disattenzione (spesso connivenza), caratterizza le istituzioni locali e le forze politiche, che rimangono inerti e “distratte” di fronte a questo immane disastro. Ora è arrivato il momento di ribellarsi e di indignarsi, di riprendere l’iniziativa per lanciare un appello, rivolto in primo luogo alle massime autorità istituzionali (dalla Regione Campania alla Provincia fino ai Sindaci di Caserta, Casagiove e Maddaloni). In tal senso è intervenuto più volte anche il presidente del consiglio regionale Gennaro Oliviero.
A tal fine chiediamo alle istituzioni un impegno serio per il varo del Parco dei Colli Tifatini, su cui in questi giorni è intervenuto il sindaco di Casagiove chiedendo la convocazione del tavolo tecnico per la definizione del progetto da inviare alla Regione. Al riguardo, come è avvenuto in tante altre realtà, si possono progettare interventi per riutilizzare le cave destinandole ad altre attività di tipo sociale e produttivo, in primo luogo per ripristinare i siti naturali, con opere di “ripascimento” (come sta avvenendo in qualche caso). In merito l’università (a partire dal Polo Scientifico) può dare un contributo decisivo per rilanciare un dibattito ed un confronto su nuove idee di crescita sostenibile per il nostro territorio. Tra l’altro le cave incidono negativamente anche sui lavori del nuovo Policlinico, da anni bloccato.
Rispetto alla situazione casertana nello specifico emergono questi dati: 317 cave abbandonate, 59 chiuse, almeno 26 abusive e 46 autorizzate. In questo modo la provincia di Caserta detiene il triste primato per numero di cave presenti sul territorio. Legambiente ricorda anche la problematica dei due cementifici, Moccia e Cementir, a ridosso del centro abitato e del futuro policlinico. Viene sottolineato, inoltre, il forte legame con la criminalità organizzata della zona. Fungono da esempio i casi di due cave situate tra il casertano e il napoletano, entrambe sfruttate per lo smaltimento irregolare di rifiuti edilizi. Tali rifiuti, miscelati con la pozzolana, venivano venduti ad un’industria di laterizi e cemento della nostra provincia. I mattoni – si legge – destinati all’edilizia civile, presentano una particolare fragilità.
Il rapporto si chiude con una considerazione che riassume l’aspetto fondamentale della problematica delle cave: la riqualificazione come elemento progettuale. Prevedere un piano di riqualificazione è infatti un criterio necessario ad ottenere l’autorizzazione alla coltivazione. Una possibile strada in questo senso è la rinaturalizzazione: riusciranno mai, i casertani, a vedere montagne verdi anziché gradoni di pietra?
A Caserta, come sta avvenendo per alcuni beni comuni, è necessario riprendere un movimento di lotta, non tanto di denuncia, quanto di proposte e progetti con la mobilitazione delle principali associazioni giovanili ed ambientaliste: dalle Piazze del Sapere all’Auser, dal FTS Casertano a Legambiente, all’Arci e Acli, dal Forum dei Giovani a Italia Nostra, da CSA Ex Canapificio a Città Viva, dal WWF alla LIPU, da Agenda 21 ai Siti Reali e Pianeta Cultura, in collaborazione con le scuole e l’università, ma anche con le forze sociali e del mondo del lavoro (a partire dai sindacati).