Tempo di lettura: 2 minuti

Napoli – Tra i carabinieri indagati, anche il comandante della Tenenza che aveva omesso di denunciare il falso materiale commesso dal suo sotto posto di cui aveva notizia. Ma non era solo il clan Verde a corrompere i carabinieri. Anche un affiliato non ancora identificato del clan Ranucci venne ad esempio aiutato da militari dell’Arma a sottrarsi all’esecuzione della pena a tre anni di carcere dopo una sentenza passata in giudicato.

Inoltre i carabinieri infedeli fecero sì’ che nella banca dati delle forze della polizia non risultassero alcune frequentazioni del capoclan Pasquale Puca, detto Pasqualino ‘o minorenne, detenuto al 41 bis, anche lui tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi. In cambio, con cadenza mensile e attraverso l’ex capo del consiglio comunale Francesco Di Lorenzo, i militari dell’Arma hanno ricevuto denaro, generi alimentari, comprese cassette di pesce e bottiglie di champagne, e capi di abbigliamento firmate. L’inchiesta abbraccia un arco temporale che va dal 2006 e arriva fino al 2017. Tre marescialli, inoltre, acquistarono a un prezzo inferiore a quello di mercato un’abitazione a Sant’Antimo comprensiva di box auto, poi rivendute lucrandoci.

Le indagini, hanno avuto inizio dai verbali di due affiliati di spicco al clan Puca, Ferdinando Puca e Claudio Lamino che, nel 2016 e2017 rispettivamente, hanno deciso di collaborare con la giustizia. Dichiarazioni poi che hanno avuto anche riscontri nelle attività di intercettazioni telefoniche sulle utenze degli indagati e in ambienti da loro frequentati, compresa una vettura di servizio. Quanto a Di Lorenzo, il 16 maggio 2017 Lamino riferisce che è “legato a tutte e tre le famiglie camorristiche di Sant’Antimo, e tutelato dai vari esponenti criminali in quanto è risaputo che è particolarmente legato ai carabinieri e ai poliziotti del posto. Mi costa che Di Lorenzo a chi gli è simpatico fornisce anche informazioni che riceve dalle forze dell’ordine“.