Tempo di lettura: 3 minuti

Napoli – Più si sale verso le pinete, in cima, e più la puzza è acre. La senti nelle narici e poi fino ai polmoni, sulla pelle e negli occhi che iniziano a lacrimare. A terra è grigio, soffice, e ad ogni passo si sprofonda per qualche centimetro. I pini sono divorati dalle fiamme mentre di altri non è rimasto nulla se non un buco nel terreno: sono polverizzati. Sulle pendici del Vesuvio la natura è morta, ma la mano criminale dell’uomo è ancora visibile. Chi ha dato alle fiamme il parco naturale che abbraccia il vulcano di Napoli voleva cancellare le tracce. E quale miglior modo se non bruciandole? Tra i noccioleti e le viti del «Lacrima Cristi» in molti hanno scaricato rifiuti tossici che sono finiti in cenere nella settimana di inferno appena passata che ha travolto dieci comuni del Napoletano e distrutto duemila ettari di vegetazione e chi lo ha fatto ha scelto con precisione il momento giusto: la settimane più ventosa del mese. Tutti sapevano che il Vesuvio era diventata una discarica a cielo aperto e proprio perché tutti sapevano tutti sono allora colpevoli di una disastro ambientale ed ecologico provocato da quell’incendio che ha sprigionato fumo nero arrivato fino nel Salento.

Denso, indomabile nonostante il lavoro costante dei canadair, dei Vigili del Fuoco, della Forestale, della Protezione Civile, dei volontari, dei sindaci e di ogni singolo cittadino che non voleva la sua casa distrutta dal fuoco. Quelle fiamme hanno raggiunto temperature altissime perché oltre ai pini e alla vegetazione sono andati in fiamme rifiuti tossici. Diossina sprigionata da pile di pneumatici lasciati ad ogni angolo del parco naturale. Lastre di amianto sbriciolate e a fuoco per giorni e giorni le cui polveri sono state inalate da tutti. Bidoni arrugginiti con liquidi in parte riversati nella pineta in anni di abbandono e in parte andati in fumo. E poi sacchi bianchi con scarti di lavorazioni tessili, pellami, scarpe, cappotti e solventi prodotti dalle tantissime aziende tessili «sommerse» che ci sono tra Ottaviano, Terzigno e Boscoreale e che producono capi d’abbigliamento che in parte vengono introdotti sul mercato «parallelo» con marchi contraffatti, e in parte finiscono a Napoli nei mercati del centro. Affari gestiti dai cinesi e controllati dalla camorra che tutto vede, tutto sa e su tutto guadagna, anche sugli incendi. Chi ha dato alle fiamme le pinete stracolme di aghi di pino lo ha fatto volontariamente anche per distruggere tonnellate di scorie nocive che erano seppellite nella vegetazione. Da via Zabatta, una statale lunghissima che costeggia il parco nazionale del Vesuvio ci sono decine di strade che portano alle pinete e a campi di noccioli e frutta. La natura ribolle di bellezza e maestoso si stagli il Vesuvio, ma quel paradiso viene costantemente violato, deturpato. Le stradine non sono asfaltate e a terra c’è terra lavica, di notte e buio ma ci sono persone che conoscono a memoria quei luoghi e costantemente li inquinano. Ovunque ci segni di pneumatici e ovunque ci sono scorie e buona parte di esse sono state date alle fiamme.