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In meno di sei mesi ha ucciso tre persone. Un anno prima, esattamente due giorni dopo il suo diciottesimo compleanno, per “festeggiare” il boss lo mandò a strozzare con un fil di ferro il figlio di un pentito che fu poi sotterrato in una campagna di Chiaiano. E siamo a quattro. Dall’esaltazione, intercettata dalle microspie nella casa del capoclan: «Per te farei anche il kamikaze», alla disperazione infinita nelle frasi di una lettera scritta di suo pugno e inviata ai familiari delle vittime che aveva assassinato: «Sono stato manipolato, chiedo perdono». L’ascesa e il crollo della «paranza dei bambini», il destino di chi sceglie la malavita, è racchiusa tutta nella storia di Luigi Cutarelli (foto), nipote di Egidio, il boss ammazzato davanti al carcere di Poggioreale il 16 febbraio del 1998, che a soli 20 anni ha due ergastoli da scontare e altri due processi per omicidio che, con estrema probabilità, finiranno con la stessa pena. Due giudici differenti hanno ascoltato le sue confessioni in aula, ma non hanno voluto concedergli le attenuanti, “non le meritava” nonostante la giovane età.

La “parabola” della «paranza dei bambini», il gruppo spietato di ragazzi che da due anni detta legge tra i vicoli del centro di Napoli, è tutta nelle sentenze delle condanne decise nei processi per omicidi, tutti celebrati con riti «alternativi» per cercare di strappare il maggior «sconto» di pena possibile. Niente da fare: sei ergastoli a sei killer che non hanno più di 20 anni per uno e che hanno commesso omicidi quando erano appena maggiorenni per volere di boss, che nel migliore dei casi, si sono pentiti. E ci sono tanti avvocati difensori che hanno raccontato le due facce dei loro “babyclienti”: quella spavalda e impavida nel primo colloquio subito dopo gli arresti. I sorrisi ironici alla lettura delle accuse dei pentiti. E poi l’altra, quella consapevole, fatta di lacrime e di notti in solitudine nelle celle di carceri di massima sicurezza, nei bracci dell’alta sorveglianza, quelli destinati ai camorristi. «Sì, ho ucciso. Ma sono stato manipolato dal boss. È lui che mi ha ordinato di farlo. Chiedo perdono alla famiglia delle vittime, vorrei poter mettere da parte dei soldi per risarcire del danno che ho causato con il mio comportamento ma mi rendo conto che non posso farlo perché nulla mai potrà ripagare di quanto ho commesso – ha scritto Cutarelli in una lettera indirizzata ai familiari di una delle vittime che aveva ucciso – Facevo uso di cocaina che il boss mi dava e adesso non posso tornare più indietro».

Era uno dei ragazzi dell’”esercito” di Carlo Lo Russo detto “il capitone”, per la sua capacità di insinuarsi nei tessuti imprenditoriali della città. Per lui, secondo l’accusa, ha commesso almeno quattro omicidi, con la complicità di altri due “amici”: Ciro Perfetto e Mariano Torre, anche loro ventenni, anche loro già con un ergastolo alle spalle. Cutarelli da diciottenne ha ucciso in un circolo ricreativo a Chiaiano, Francesco Sabatino il cui corpo fu trovato sotterrato in una campagna. Per questo omicidio è imputato in concorso con altre quattro persone. Poi avrebbe fatto parte del commando di killer che il 6 settembre de 2015 organizzò una «stesa» in piazza Sanità dove morì per errore il 17enne Genny Cesarano. Due mesi dopo, il 14 novembre, fece fuoco contro Pietro Esposito, ras che aveva osato sfidare Lo Russo. Per questo omicidio ha avuto l’ergastolo. Stessa pena anche per l’omicidio di Pasquale Izzi, trucidato in via Janfolla il 29 marzo del 2016, nel quartier generale dei “capitoni”. Un omicidio che diede molta soddisfazione a Cutarelli che in una intercettazione si vantava di avergli scaricato in volto “dieci botte”, dieci colpi di pistola. Quest’omicidio lo ha confessato chiedendo di essere perdonato. Perdono che né il giudice, né i familiari di Izzi gli hanno concesso.