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Giulia Gavagnin, avvocato, giornalista, scrittrice, veneta, ha scritto su Facebook un post che sbugiarda i luoghi comuni sui meridionali e ne esalta cortesia, cultura, gentilezza. Un racconto di cronaca che diventa un piccolo affresco letterario, tutto da leggere.
 
IL TESTO INTEGRALE
 
Ieri pomeriggio ero in aeroporto a Trapani, volo su Venezia, di ritorno da una settimana di vacanza nella Sicilia Occidentale. Il periodo di soggiorno includeva – nelle previsioni originarie – anche due giorni tra Siracusa e Noto ma l’incendio nell’aeroporto di Catania e la sua chiusura prolungata (follie che solo in Italia..) ci ha costretti a rivedere i nostri piani, limitando il tour alla provincia di Agrigento e ritorno. Abbiamo avuto qualche inconveniente lungo il percorso: necessità di pronto soccorso, medicine, pagamento di bollettini in posta, deviazioni stradali per chiusure, vari fastidi legati alle temperature africane, spesso oltre i 40. Nessun autoctono, sconosciuto o appena conosciuto, ci ha negato aiuto, spesso dato con generosità e ricchezza nelle informazioni, sono stata accompagnata in un “tour” di Mazara del Vallo da un signore incontrato per strada dalla farmacia alla posta, dove sono stata presentata come “amica” allo sportello. “Tutte cose impensabili al Nord”, gli ho detto.
 
In una spiaggia esclusiva della zona frequentata pressoché solo da autoctoni – belle ragazze e bei ragazzi, atletici, alla moda, benestanti- ho conosciuto un sacco di gente che mi ha indirizzata verso le migliori destinazioni di mare e di cibo, persino telefonando ai direttori degli stabilimenti per fare il mio nome. Si sono spesi, “sbattuti”, per dirla volgarmente.
 
Ho trovato una cordialità, un’educazione, una disponibilità che probabilmente risale alle antichissime radici della Magna Grecia. Una terra che ha più di duemila anni di storia. E’ bastato poco, tornare in direzione Venezia per sbattere il muso contro chi la storia non ce l’ha, e vive (miseramente) secondo il detto contadino “quel che xe mio xe mio, quel de quealtri xe mio ‘o stesso”.
 
In coda all’imbarco, un ragazzotto sui vent’anni, bianco colore della casatella (una formaggella molle e insapore abbastanza inutile tipica del trevigiano) moderatamente palestrato, con un paio di occhialoni alla moda e un paio di sneakers da 500 Euro mi da’ un spinta (“uno sbrunton”), evidentemente infastidito del fatto che il mio zainetto gli ostruisse il passaggio, a lui che era così figo. Quel tipo di figo con l’espressione fissa, e quei volti bianchicci con tendenza al rossore che sono tipici delle nostre campagne, di gente che stava sui campi dalla mattina alla sera senza mai abbronzarsi, ma quando uno è convinto non c’è nulla da fare. Costui, sempre con quella bocca semi aperta da ebete mi dà un’altra spinta, ripetendo il gesto da bulletto da campi di pannocchie (a casa mia, chi ha la faccia da “agricolo” è brutto. Spiaze). Ho abbassato gli occhiali, l’ho guardato come dire “varda che te dago, bocia del casso”, e alla chetichella ha cambiato fila. Ho guardato con la coda dell’occhio l’etichetta del suo bagaglio, veniva da Treviso e ho detto “te pareva”.
 
Questo piccolo gesto mi ha fatto venire in mente il Pojana di Andrea Pennacchi e il 90% dei veneti che poco si spostano dalla loro regione e se si spostano non capiscono nulla, poco leggono, poco si confrontano con gli altri e pensano di essere i migliori del paese, non si sa per quali meriti e chiamano “gli altri” sempre, incessantemente “Te.oni”, i più esegeti già “sotto la linea gotica”. Dall’alto della loro nobiltà d’animo, della loro storia che fino a 50 anni fa era di miseria e pellagra, di polenta e latte e di una lingua italiana che neanche loro hanno mai imparato, spesso nemmeno i laureati (avete mai sentito un veneto usare un congiuntivo?), spingono, saltano la fila, se hai un problema fanno finta di non vedere, abbassano la testa, se potessero ti metterebbero sotto con la macchina sulle strisce in poche parole “ciavete”, “mi me ne ciavo”. Evidentemente, per loro i “Te.oni”che sono disponibili e ospitali sono dei perdenti, certo, hanno un’empatia col prossimo che loro, mors tua vita mea non concepiscono, presi come sono da se stessi e da questo indipendentismo che poggia su nulla, che aveva forse un senso 20 anni fa quando l’azienda familiare era al suo massimo, ma che oggi con il cambio generazionale ha mostrato i suoi limiti un pò perché sono cambiate le logiche di mercato, un pò perchè se i figli degli imprenditori sono degli idioti come quello dell’aeroporto è ovvio che non ce la possono fare. Una volta dei “te.oni” si diceva che fossero “cafoni” perchè legavano i pantaloni con la fune in mancanza di cinta, oggi i cafoni sono proprio loro, ignoranti, e in quanto ignoranti presuntuosi e arroganti, che fanno sempre quello che stigmatizzavano nei “te.oni”, saltare la fila, ma sarà mai stato vero?
 
Ogni volta che resto in Veneto più a lungo del previsto mi sento a disagio, sento che il boom economico di vent’anni fa non ha portato a nessun progresso culturale, che sono arrivate in alcune province più soldi ma la civiltà è forse regredita.
 
La Serenissima Repubblica è stata una grandissima civiltà, più avanti di tutte le altre fino al Settecento, a Venezia si sono stampati Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria quando non lo volevano stampare nemmeno a Milano, ma oggi di quella cultura non è rimasto nulla, Venezia è una piccola città di 50.000 abitanti senza veneziani con più di trenta milioni di turisti, non è più genius loci e il resto della regione è spesso terra di barbari che non hanno ancora fatto alcun salto di qualità, che non è di per se un male né un difetto, è così e basta, ma la presunzione e l’ignoranza li rendono insopportabili. E adesso attendo i commenti che diranno “non si fa di un’erba un fascio” e “non siamo tutti così” che equivalgono a quelli che dicono “ho tanti amici gay” o “ho tanti amici di colore” e chi ha orecchie per intendere, intenda.