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NAPOLI – Mariano Paolozzi, 32 anni, giornalista.
 
“Billo, come è piaciuto chiamarmi fin da piccolo a mamma e a papà Ernesto”.
 
Suo padre è stato uno di quei professori che non si dimenticano: storia della filosofia contemporanea al Suor Orsola Benincasa. Ma era anche un liberale e un appassionato di calcio.
 
“Cresciuto con una profonda stima per Ottavio Bianchi, l’allenatore del primo Scudetto, e, prima ancora, alla scuola di Raffaello Franchini, a sua volta allievo di Benedetto Croce. E’ stato un liberale quando tutti erano comunisti. Mai un liberista”.
 
Gli sarebbe piaciuto questo dibattito scaturito dalla scelta del sindaco Manfredi di non nominare un assessore alla cultura.
 
“Sì, mi sembra anche abbastanza “spregiudicato”: proprio come se lo augurava”.
 
Repubblica, agosto del 2012: Ernesto Paolozzi si chiedeva se avesse ancora un senso un assessorato alla cultura.
 
“Già prima, nel 2007, doveva essere in occasione di un rimpasto di giunta della Iervolino, pose lo stesso interrogativo”.
 
Il professor Paolozzi era per il no: un assessorato alla cultura non serve.
 
“E io sono d’accordo con lui”.
 
Anche Manfredi a quanto pare: il sindaco ha fatto intendere che non gli è mai passato per la testa mettere quella delega sul tavolo della composizione della giunta.
 
“Dopo l’esperienza mortificante di Eleonora De Majo, chi meglio dell’ex rettore della Federico II?”
 
Cito suo padre: “Gli assessorati alla cultura hanno una funzione intrinsecamente illiberale: il mercato delle idee ha bisogno di assoluta libertà”.
 
“E’ proprio questo il punto: la cultura non si può ingabbiare”.
 
C’è il rischio di dare vita a “piccoli e sprovveduti MinCulPop”.
 
“Non a caso lo stesso Ministero oggi si chiama dei Beni culturali, non della Cultura”.
 
E’, come sempre con suo padre, una questione di libertà.
 
“E di opportunità per tutti: di fronte a un artista che si schiera contro l’amministrazione, che fa un assessore alla cultura?”
 
I rischi del mestiere.
 
“Bisogna limitarli il più possibile. La cultura va garantita nella sua crescita autonoma. Del resto, se penso a Gerardo Marotta e all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: ha fatto o no cultura? Io direi di sì. E anche avendo il Comune tutt’altro che vicino”.
 
Ora si impone il modello-Manfredi: niente assessore, ma una cabina di regia con un piano strategico.
 
“E ben venga che sia il sindaco alla sua guida. Garantirà la dovuta pluralità dopo gli ultimi anni di settarismo. Questo è l’importante: io sono per condividere un metodo, non mi impicco per una formula”.
 
Parliamo di metodo allora.
 
“Il Comune deve coordinare gli enti culturali della città: deve rapportarsi con le 5 università che abbiamo, i teatri, le fondazioni. Ma senza entrare a gamba tesa nelle loro scelte e nelle loro attività”.
 
Enzo D’Errico e Marco Demarco sono scettici. Il primo ha scritto che “sul governo della cultura si gioca la partita del consenso”. E anche il secondo ne ha fatto una questione riconducibile a “ragioni elettorali”.
 
“Le clientele si possono alimentare comunque, con o senza un assessorato alla cultura. Anzi: con la cultura si può creare una egemonia culturale, appunto. Il che può essere finanche positivo”.
 
Nel 2012 suo padre avvisava che il punto era “riguadagnare la qualità, offrire alle masse una proposta culturale dignitosa e valida”.
 
“Solo con un’offerta alta si dà loro un’opportunità vera di emancipazione”.
 
Con De Magistris non sempre è stato così.
 
“Io ne sono convinto: il fallimento più grande dell’ex sindaco è stato proprio di carattere culturale. Ha trasformato tutto ciò che si faceva in città in una grande e permanente festa di piazza”.
 
Oggi Manfredi si dà anche l’obiettivo di alzare il livello qualitativo del turismo che arriva in città: è una cosa che si tiene con una certa promozione della cultura.
 
“Gli eventi turistici non vanno confusi con quelli culturali. Ma certo, può essere l’altra faccia della medaglia”.
 
“San Gaetano il realizzatore”, l’ha chiamato Ottavio Ragone.
 
“Farà un buon lavoro anche a capo della cabina di regia per la cultura. Anche perchè saprà coinvolgere tanti ragazzi”.
 
Dopo la candidatura nella sua lista, si aspetta una telefonata?
 
“Io sono a disposizione. Ma darò in ogni caso una mano. E con me tantissimi altri under 35 che già sono in campo per la città, anche al di fuori dei partiti”.
 
Dice questo nonostante l’amicizia con Marco Sarracino, il segretario del Pd.
 
“Marco deve andare fino in fondo nel rinnovare il partito”.
 
A che punto gli sembra?
 
“Ancora oggi gli eletti in consiglio comunale per lo più sono riconducibili a un infinito gioco di correnti e di capibastone”.
 
Rischia di farsi vecchio con questa storia.
 
“Invece voglio sperare che presto ci sia l’occasione per tanti di noi di tesserarsi di nuovo col Pd. O, per chi lo preferisce, magari con il Movimento 5 Stelle. “I partiti tornino a organizzare le passioni del mondo”, diceva Gramsci. E lo ricordo io, che sono figlio di un liberale”.
 
Chissà se non tornerete in un partito assieme ad Antonio Bassolino. Il quale, nel frattempo, stamattina ha rivendicato di aver portato a Napoli a fare l’assessore alla cultura Renato Nicolini.
 
“Già 10 anni fa papà scrisse che la spinta propulsiva dell’ “inventore dell’effimero” poteva dirsi esaurita. Ma Bassolino dice bene quando parla di cultura che crea identità”.
 
A proposito: ‘E’ stata la mano di Dio’ va agli Oscar e l’assessore Manfredi subito è corso su Facebook ad augurare buona fortuna a Paolo Sorrentino: “Napoli è con te!”
 
“Ha fatto bene a postarlo: Sorrentino è una nostra eccellenza. E sono contento anche per Ciro Capano, uno degli attori del film che ha iniziato a recitare a teatro con la mia famiglia”.
 
E comunque: “Meglio destinare le risorse di un assessorato alla cultura alla formazione, anzi – vorre dire – alla protezione, dei giovani”
 
“Papà ci vide giusto. Oggi più che mai è un tema di grossa attualità il finanziamento della libera ricerca, ad esempio”.
 
Si potrebbe finanziare anche l’idea che ha lanciato lei di fare di Napoli la capitale europea del South-Working.
 
“Perchè non attrarre qui studenti e lavoratori stranieri o napoletani che finora hanno dovuto vivere lontano dalla nostra città per lavorare?”
 
Le nuove frontere dello smart-working.
 
“Direi meglio: dell’hybrid-working”.
 
Dopo la pandemia non si torna indietro.
 
“Gigi Vicinanza ha parlato di una Vesuvio Valley, riprendendo un pò il concetto della Silicon, in Califonia”.
 
Se Steve Jobs fosse nato a Napoli…
 
“Io qui me lo immagino non in un semplice co-working, ma che nasce in un vero spazio di comunità e coesione. Dove ognuno si arricchisce condividendo il suo bagaglio, guarda un pò, culturale”.