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Napoli – Sta facendo discutere, soprattutto negli ambienti del tifo organizzato del Napoli, l’uscita su Netflix del film Ultras, il cortometraggio di Francesco Lettieri sui tifosi azzurri. Gli Ultras del Napoli, quelli veri, non hanno gradito e lo hanno fatto capire in maniera chiara con una serie di scritte apparse sui muri della città. Anche il giornalista Ciccio Marolda ha voluto esprimere il suo disappunto sull’opera di Lettieri. Ecco il post sul proprio profilo Facebook: “Non la conosco signor Lettieri e mi dispiace perché la sua è una intelligenza giovane, vivace, creativa. E per giunta napoletana. Per questo vorrei scriverle due righe. Me lo permette? Grazie, non avevo dubbi. Bene: ho visto “Ultras”, il suo primo film. Non le dirò se mi è piaciuto oppure no perché non è importante il mio giudizio. Oltretutto non ho neppure le competenze, quelle tecniche, per discuterne con la sapienza necessaria. Però, mi creda, sono almeno quarant’anni che mi sforzo di capire il mondo ultrà e ancora non l’ho capito appieno. E sa perché? Perché è un mondo in continua evoluzione, oggi piegato da leggi sempre più restrittive – a volte pure troppo – e negli anni modellato dagli eventi di un pallone che di quel mondo non s’è mai curato, che non s’è mai neppure posto il problema di capirlo. Ebbene, messo in chiaro che difenderò sempre quel costituzionale diritto alla libertà d’opinione e d’espressione così come quello di non essere insultati per le proprie idee, da spettatore interessato mi permetta un paio di osservazioni.
La prima: do per scontato il suo intento di non voler esprimere giudizi, né morali né comportamentali, sulla morte del povero Ciro Esposito – nel cui nome la famiglia e i suoi amici portano avanti un lodevole progetto di lotta alla violenza -, però credo di aver colto quel punto di rottura che, almeno a Napoli, le ha procurato critiche (che anch’esse restano un diritto) ed improperi (che ovviamente non lo sono). E’, caro Lettieri, mi permetta il “caro”, che quella morte giovane è ancora cronaca tragica e rovente; è che quella ferita, per la famiglia, per gli amici, forse anche per una parte di città è ancora una ferita sanguinante. Non è racconto, non lo è ancora. E meno che meno ora può diventare storia. Forse un giorno sì, ma adesso no.
L’altra. Capisco bene che in “Ultras” abbia voluto trattare un segmento, piccolo, di quel mondo. Piccolo e anche datato, per fortuna. Non che tutti i protagonisti di quel mondo siano prossimi alla santità, questo lo sanno pure loro, ma non può essere una sineddoche a rappresentarlo. Quel mondo è anche tant’altro. E, creda, la ricerca dello scontro, addirittura l’ossessione della violenza ora sono assai lontane. Come sempre, invece, ha un rapporto stretto, viscerale sino all’ambiguità con il pallone. Quel pallone che in “Ultras” è, invece, per scelta è ovvio, è un accessorio e basta. E allora, ove mai dovesse dedicare a quel mondo un altro suo lavoro, mi piacerebbe che ne raccontasse anche la trasformazione da branco a tribù sino a confederazione d’una identica passione. Perché di una cosa sono certo, dopo quest’accidente che ci tiene ostaggi in casa, non solo il calcio cambierà, dovrà cambiare, ma anche il tifo, pure quello più estremo, dovrà darsi un’altra dimensione. E, vedrà, se la darà. Nella speranza di non averla annoiata troppo, la saluto”.