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Napoli – Rivolgiamo un ringraziamento alla Procura, per l’impegno profuso in questi anni, ma il processo è finito e noi ancora non sappiamo, dopo tutto questo tempo chi ha ucciso il nostro Antonio. Rivolgiamo un appello a chiunque sappia qualcosa, anche a chi appartiene alla camorra: per favore, diteci chi è stato, anche in forma anonima“. E’ un delitto che per ora rimane impunito quello di Antonio Bottone, ucciso per errore a Napoli in un agguato di stampo camorristico scattato nell’ambito di una faida tra clan una sera d’autunno, dinanzi a una “cornetteria” dei Colli Aminei ma soprattutto davanti a un ragazzino di 12 anni miracolosamente rimasto illeso. La famiglia, il padre Luigi, la mamma e le tre sorelle del giovane, spinti dal desiderio di verità rivolgono ora un appello anche a chi, a differenza di Antonio, ha scelto una strada sbagliata.
Ieri, con l’assoluzione del presunto killer, il processo celebrato con il rito abbreviato si è concluso senza che i familiari potessero sapere chi, la sera di quel tragico 6 novembre 2016, ha premuto il grilletto strappando alla vita un giovane che con la malavita non aveva nulla a che fare.
La sua unica colpa fu quella di continuare ad essere l’amico del vero obiettivo di quell’agguato, Daniele Pandolfi, ritenuto dalla DDA legato alla famiglia malavitosa dei Vastarella, rivale del clan Sequino, rimasto ferito nel raid e poi diventato collaboratore di giustizia. Sono state proprio le sue dichiarazioni, approssimative, secondo l’avvocato della famiglia Sergio Pisani, a rendere complicato il lavoro degli inquirenti e del giudice.
Propalazioni che non hanno contribuito a fare luce sulla vicenda, anzi, e il giudice ieri ha quindi ritenuto di non accogliere la richiesta di ergastolo formulata dal pm il quale paventa la possibilità del ricorso in appello dopo avere appreso, tra 90 giorni, le motivazioni alla base della decisione dell’Autorità Giudiziaria.