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Per chi è nato negli anni ’70, e anche prima, il 10 giugno del 1981 dirà qualcosa. Per chi è nato dopo vale lo stesso, perchè non può non aver mai visto o sentito ricostruzioni legate al bambino caduto nel pozzo, quello conosciuto da tutti come Alfredino. Una tragedia che oggi compie la triste ricorrenza, 40 anni.

Fu in quella giornata che gli occhi e le orecchie dell’Italia intera andarono dirette in un piccolo comune della provincia di Roma, Vermicino, che, in un attimo, diventò il luogo più conosciuto della nazione. E gli abitanti ne avrebbero fatto volentieri a meno di tutta questa esposizione, ma così non fu. Alfredino Rampi, 6 anni, uno sguardo vispo e acceso, una vita ancora da vivere, una famiglia da crearsi, oggi sarebbe nel pieno della sua vita. E invece, i suoi sogni furono inghiottiti da un pozzo artesiano, che tutti immaginavano chiuso ma che non lo era. Un cunicolo verticale che ha imprigionato il corpo del bambino e conservato lungo le sue pareti ogni suo pensiero, desiderio, sogno.

Una storia che è entrata nella storia italiana. Una diretta fiume di 18 ore a reti unificate da parte della Rai che mandò le sue telecamere sul posto dopo che si scoprì dov’era il bambino scomparso dopo una passeggiata da solo. Finito in un pozzo di 60 metri di profondità e 40 centimetri di apertura. L’Italia col fiato sospeso, un sentimenti di speranza quando si sentiva la sua voce, un pizzico al cuore quando erano pianti e lamentele, ma almeno si sapeva che era vivo. Paura quando non c’era risposta.

I tentativi furono tanti per cercare di salvarlo. Un’asse di legno che scese fino a 24 metri prima di incastrarsi, un paio di cunicoli paralleli che non fecero altro che far scivolare il piccolo ben oltre i 60 metri di profondità del pozzo: la terra fu smossa in maniera troppo veemente e quella che doveva essere la soluzione, alla fine, si trasformò nella condanna.

Ma continuava a comunicare, parlava con la madre Franca, coi Vigili del Fuoco e persino col presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Alfredino ha avuto anche questo potere, smuovere un Capo della Stato. E l’Italia osservava, rimaneva attaccata alla tv. Osservava come si fa quando si è in attesa dell’elezione o della comunicazione del decesso del Papa: si aspetta un segnale per esultare o per piangere.

Le strade provate sono state tante, mancava solo quella del calarsi direttamente nel pozzo e provare ad afferrare il bambino: un’operazione da supereroe. Serviva un uomo dalla piccole dimensioni, minuto, leggero. Ci provò Angelo Licheri, battezzato l’Uomo Ragno: Riuscì a scendere fino a toccare il bimbo, afferrarlo e perderlo: 45 minuti interminabili nei quali provò a tenerlo sveglio, in vita, rassicurarlo e distrarlo raccontandogli favole. Non riuscì a tirarlo fuori, la speranza di un paese intero si spezzò il 13 di giugno. L’uomo Ragno non era riuscito a salvare il piccolo Alfredino, segnali non ce n’erano più, per gli italiani la speranza si trasformò in disperazione e dolore. Lo stetoscopio calato in profondità fu l’unico mezzo che arrivò al bimbo e diede la sentenza che nessuno voleva sentire.

Doveva essere la storia a lieto fine quella nella quale il supereroe salva il bambino ma la realtà è stata diversa. Una storia che ha ancora il potere di toccare il cuore, dalla quale sono nate tante cose buone, in primis un Ministero creato da Pertini e poi un miglioramento nei mezzi e nei modi di affrontare emergenze del genere. Ha anche insegnato la dignità del dolore di mamma Franca, straziata e composta allo stesso tempo.

Una storia che ha 40 anni e che è contemporanea allo stesso tempo tanto è stato l’impatto emotivo e mediatico che ha avuto. Tutti hanno imparato a conoscere la storia di Alfredino, l’unico bimbo capace di ascoltare la voce e toccare veramente un supereroe. In fondo ci piace pensarla così.