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Abbiamo atteso per un anno l’arrivo dei vaccini. Un anno caratterizzato da sofferenze, dolore e rinunce. Probabilmente il 2020 è stato l’anno più difficile per la storia repubblicana. 

Ma in questo anno abbiamo comunque coltivato una speranza: l’arrivo del vaccino. Quel vaccino che ci avrebbe nuovamente restituito la normalità.  L’unica, vera, arma contro la pandemia da Covid – 19.

E infine i vaccini sono arrivati. Dopo qualche mese di stanca li stiamo somministrando a un ritmo tutto sommato considerevole. E l’efficacia di tali somministrazioni è sotto gli occhi di tutti. 

Eppure, com’è costume nel nostro Paese, abbiamo tentato – e tentiamo tutt’ora – di complicarci la vita. Come se non bastassero no vax, no mask, negazionisti e altro vario ciarpame.

Siamo stati in grado di produrre una comunicazione sull’utilità della campagna vaccinale che è stata un’apoteosi del ‘tafazzismo’. Astrazeneca sì, anzi no. Però solo per gli over 60. Anzi, anche per gli under.

Eppure, tra ‘benefici che superano i rischi’ (ma come si può partorire un’idiozia simile? semicit.) e tentativi continui di minare la credibilità e l’autorevolezza del metodo scientifico, le vaccinazioni vanno avanti. E ad accorrere in massa agli open day (questi sì, ottima cosa) sono decine di migliaia di giovani. La generazione nata nel mondo interconnesso. Una  generazione che mastica comunicazione come pane quotidiano.

E che di certo ‘tafazzismo’ (peccato tanti di loro non abbiano potuto godere della genialità di ‘Mai Dire Gol’) non sanno proprio che farsene.