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Nella Campania di Vincenzo De Luca vince l’improvvisazione. L’apparenza ha la meglio sulla sostanza. Le ultime ore ci hanno consegnato l’ennesimo fallimento del governatore. Da lunedì, nel resto d’Italia, bar e ristoranti lavorano. Un primo respiro dopo due mesi di apnea. Da noi, invece, la testa resta sott’acqua.

E a proposito, consentiteci una divagazione sul punto: per due giorni 50 (cinquanta!!!) comuni tra Irpinia e Sannio hanno aspettato con trepidazione che l’acqua tornasse a scorrere dai rubinetti. Neanche ci si poteva lavare. Non il massimo della vita – e della sicurezza – ai tempi del Covid. E da De Luca neanche una parola: più facile condannare un runner che perseguire l’Alto Calore.

Ma lo sceriffo usa fare così: è leone con le pecore, è pecora con il leone. Da queste parti, intanto, per vedere un po’ di acqua abbiamo dovuto aspettare la pioggia.

Torniamo a noi. Dicevamo: in Italia il settore della ristorazione ha ripreso a camminare. In Campania, salvo ulteriori rimandi, se ne parlerà giovedì. Inutile sottolineare che da palazzo Santa Lucia hanno scaricato le responsabilità sul governo. Come l’automobilista che imbocca la strada contromano, De Luca pensa siano tutti gli altri a correre nella direzione sbagliata. E invece i ritardi sono colpa sua. Nella ricerca della solita visibilità ha affidato a uno chef stellato il compito di redigere il protocollo per la riapertura dei ristoranti. Ne è uscita fuori una schifezza. Migliaia di professionisti, gente magari senza stelle ma con un’attività da mandare avanti, alla lettura delle istruzioni d’uso hanno strabuzzato gli occhi per poi svenire dallo sconforto. Grazie Vincenzo, grazie.

E tra un po’ toccherà a chi vive di turismo fare i conti con l’estro del governatore. Da Roma il messaggio è stato chiaro: dal 3 giugno via libera agli spostamenti, anche internazionali. Il tentativo per non mandare definitivamente a carte quarantotto la stagione estiva. Nelle altre regioni hanno esultato. Qui, invece, De Luca ha smorzato gli entusiasmi: “Poi ne parliamo”. Per buona pace di albergatori e di proprietari di strutture ricettive che una prenotazione, di questo passo, la vedranno a maggio del 2021.

Insomma, nulla di nuovo sotto al sole. Parla di prudenza, De Luca, ma la sua è paura. E’ la consapevolezza che se la Campania non è crollata sotto i colpi del Covid è merito da ascrivere ai nostri comportamenti, corretti e responsabili. Siamo stati noi cittadini, in questi due mesi, a occuparci della nostra sicurezza, concedendo a De Luca pure il tempo di farsi la campagna elettorale.
Lo scrivevamo già un mese fa, il 21 aprile. Ma ripetita iuvant. La ricordate la storia delle mascherine? Da allora sono emersi ulteriori particolari. Altri colleghi hanno approfondito la questione, confermando il quadro che avevamo tracciato. L’agenzia Dire ha infatti appurato che ad aggiudicarsi le gare bandite da Soresa per la fornitura di mascherine chirurgiche, Ffp2 e Ffp3 utili a proteggere medici, farmacisti, operatori sanitari e lavoratori maggiormente esposti a rischio, sono state aziende piccolissime, “con un basso fatturato, pochi dipendenti, o che non sono specializzate nella produzione o vendita di dispositivi medici”.
Scrive Dire: “La società Italortopedia con sede a Frattamaggiore (Napoli) si è aggiudicata due lotti del bando. Il primo per la fornitura di 3 milioni di mascherine chirurgiche per un importo di 1,7 milioni, poco più di 50 centesimi al pezzo. Il secondo per 1,2 milioni di Ffp3 al prezzo di 6 milioni e mezzo di euro, circa cinque euro per ogni mascherina. La società si occupa di commercio al dettaglio di articoli medicali e ortopedici, ha un capitale sociale di soli 2500 euro, sei dipendenti e, pur essendo presente nell’elenco dell’Istituto Superiore di Sanità (aggiornato alle 16 del 21 aprile) tra le aziende autorizzate alla produzione di mascherine, non ha ancora ricevuto il parere favorevole alla commercializzazione. Ha iniziato l’attività a marzo 2019, poco meno di un anno fa. Un’altra azienda, la Arva Tecno Group con sede a Napoli, ha vinto la procedura aperta per la fornitura di mascherine Ffp2. Il prezzo è di 3,50 euro al pezzo, per un importo complessivo di 7 milioni di euro. Si tratta di una piccola impresa che nasce nel 2013, ha sei dipendenti e dal 2015 si occupa della posa in opera di pannelli fotovoltaici. È specializzata nel settore delle energie rinnovabili, ma dal 2017 la società è proprietaria anche di un bar in un Comune in provincia di Salerno, dove risultano impiegati 5 dei sei dipendenti. Dalla visura storica si evince che solo il 10 aprile scorso ha variato il suo oggetto sociale, inserendo l’attività di import, export e commercio all’ingrosso e al dettaglio, anche tramite internet, di articoli medicali e ortopedici. Il 17 aprile ha inoltrato richiesta al Suap per variare l’attività esercitata”.
Eccola, in conclusione, la Campania di De Luca, ecco la premura del governo regionale quando si tratta di garantire la sicurezza di medici e infermieri. 

Ma il tempo è galantuomo. E la verità – almeno quella – comincia a venire a galla.