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La campagna elettorale per le Amministrative 2021 è terminata da qualche settimana ma ancora riecheggiano i discorsi, i post social e gli enunciati dei candidati. Andrea Di Santo, consulente in comunicazione politica, analizza parole e formule ricorrenti nel vocabolario di ogni campagna elettorale.

Le parole sono importanti! Lo urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa, perché “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste”.

Alcune parole, però, sono più importanti di altre. Quelle di chi si candida, ad esempio, sono parole che bisogna scegliere con più accortezza di altre perché orientano il pensiero e le idee che sospingono gli elettori nel loro recarsi alle urne per conferire mandato ai futuri amministratori della propria città.

Trovarle, però, spesso diventa un problema. Anzi il problema.

Ci sono parole e formule, magiche per chi le sceglie e le pronuncia, che fungono da salvagente per politici e “speechwriters” in balia del blocco dello scrittore. Parole e formule abusate, a tratti vilipese, che, di fatto, una volta lette o ascoltate dal destinatario, vengono automaticamente cestinate per l’abuso che se ne fa.

In piena campagna elettorale, dunque, nel mormorio continuo e, per chi fa questo lavoro, spesso ossessivo delle parole utilizzate dai candidati, ho iniziato a segnare quelle che ripetutamente ascoltavo – e sì, lo ammetto, utilizzavo a mia volta – nei comizi o tra i vari post social dei candidati, riflettendo sul fatto che, con molta probabilità, si tratta di parole che hanno oramai il loro esclusivo e più esaltante utilizzo nelle campagne elettorali.

Ad esempio, quand’è che si utilizza nella quotidianità la parola volano? Certo, leggendo sul vocabolario – per gli ignoranti del settore come me – si scoprirà che il volano è un “(meccanica) organo rotante costituito da una ruota di notevole massa che ha lo scopo di accumulare energia e attenuare le variazioni di velocità che si manifestano nelle macchine alternative” (Zanichelli).

Il lettore però potrà facilmente ammettere, a meno che non si tratti di un fisico, che la parola volano ha ormai un senso solo se la si associa alla frase: “Il settore X farà da volano per la ripresa dell’economia del nostro paese”.

Volano, dunque, soprattutto quando “impulso” si è già utilizzata nella frase precedente.

Ce n’è poi una dalla carica emotiva – si fa per dire – ancora più forte: spesso in combo con “senso di responsabilità”, la parola abnegazione vuole significare, perlomeno per chi la pronuncia, spirito di sacrificio (altro “tormentone” elettorale), l’atto di “immolarsi” per il bene comune. La parola, dall’etimologia di origine cristiana, ha perso la sua purezza e il suo senso profondo per essere violentata a vantaggio del perverso gioco elettorale. Amen.

Il campo semantico della comunicazione politica in campagna elettorale, poi, conosce e riconosce come fondamentali per lo meno altre tre formule magiche: “giorni concitati”, protagonista delle fasi finali della campagna e spesso seguito da “ma ce la stiamo mettendo tutta per…”; “spinta/forza propulsiva”, prerogativa assegnata de facto ai giovani; e, infine, mantra del politico locale che “tiene le conoscenze” (in dialetto suona meglio), “filiera istituzionale”.

Insomma, il glossario delle elezioni è sicuramente vasto. Qui si sono volute riportare quelle parole che maggiormente, e spesso esclusivamente, vengono utilizzate nei processi elettorali.

Frank Luntz, storico sondaggista e comunicatore vicino al Partito Repubblicano americano, nel suo libro “Words that work” (Parole che funzionano) dice che “Le parole, una volta pronunciate, non appartengono più a chi le pronuncia”.

Queste di sicuro non appartengono a chi le riceve, essendo state talmente abusate che probabilmente hanno perso di significato e vengono recepite come un intercalare tra una promessa elettorale e l’attacco politico di turno.

Statene certi però, politici e comunicatori continueranno ad utilizzarle.