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Dalla mezzanotte di venerdì scatta il silenzio elettorale. A Salerno si chiude la campagna dell’uno contro tutti (e viceversa). Una sorta di plebiscito camuffato: i cittadini del secondo capoluogo della Campania sono chiamati a scegliere tra la ratifica ulteriore di un dominio che dura da 33 anni e il cambiamento. Otto candidati: un numero che ai buontemponi dei Figli delle Chiancarelle ha fatto venire in mente Biancaneve (De Luca) e i sette nani (i suoi avversari). E un hashtag, #iovotonano. Di qui anche la storpiatura dei cognomi: Lanocitolo, Zambranolo, Turcolo, De Feliciolo, Marengolo, Baronolo, Venturolo. 

A bocce (quasi) ferme è il momento delle valutazioni, come nel calcio dopo le partite. E, quindi, questo è il pagellone della campagna elettorale degli otto aspiranti sindaco (elencati in rigoroso ordine alfabetico) di Salerno.

ELISABETTA BARONE (Semplice Salerno): 6
Tanto semplice la sua campagna elettorale non deve essere stata. Non che la signora sia il manzoniano vaso di coccio costretto a viaggiare tra vasi di ferro. Tutt’altro. Ha grinta da vendere e l’esperienza maturata in consiglio comunale le ha permesso di assorbire lo scotto del noviziato. Tuttavia, non le è servita a ottenere la riconferma come leader dell’opposizione unita di centrosinistra. E questo ha condizionato l’avvio della sua campagna, costringendola a una faticosa risalita controcorrente. Ma non si è arresa mai.

PIO ANTONIO DE FELICE (Potere al Popolo): 6
La sufficienza è di stima. Si è battuto più che dignitosamente in una campagna elettorale nella quale le istanze radicali di cui si fa portatore Potere al Popolo – i diritti di cittadinanza negati o scambiati per concessioni, la lotta alle vecchie e nuove povertà e marginalità, la costruzione di reti democratiche solidali, la guerra ai privilegi e alle diseguaglianze – hanno attraversato trasversalmente diverse piattaforme. Il suo “specifico” si è quindi un po’ diluito. Insieme alla massa di manovra, ridimensionata dalla decisione del Prc a livello nazionale di entrare nel campo largo (a Salerno sponda Lanocita). 

VINCENZO DE LUCA (Progressisti per Salerno; Avanti Psi; Cristiano Democratici; Davvero Ecologia & Diritti; Federazione di Centro; Salerno per i Giovani; A testa alta): S.V.
Non giudicabile. Nonostante la “macchina da guerra” messa in campo, così pingue che si fa prima a scavalcarla che a girargli intorno, ha giocato da solo. In tutti i sensi. Ha evitato ogni confronto con gli avversari, trattati con sarcasmo, insistito sul suo personale “sacrificio”, si è contraddetto più volte. Non ha fatto campagna elettorale. Mentre l’esercito dei suoi oltre 220 candidati macinava strada e polvere, lui si è dedicato a una lunga, noiosa, seduta di autocoscienza in pubblico, interrotta da qualche contestazione inaspettata (ovviamente mal tollerata). E condita di promesse mirabolanti. Il trionfo del già visto e già sentito. Come gli agiografici pezzi orgasmici che gli dedica sul Corriere a ogni tornata Roncone, che ormai si limita solo a cambiare l’attacco. Il finale neomelodico con Gigi Finizio si guadagna d’imperio la nomination all’Oscar del trash politico-amministrativo. Nemmeno la Balena bianca trionfante, ai tempi, si era mai spinta a tanto. È tornato il Comandante. Lauro.

FRANCO MASSIMO LANOCITA (Alleanza Verdi Sinistra; Movimento Cinque Stelle; Salerno Democratica): 6,5
Lucido e sul pezzo, come si dice. I trascorsi politici cominciavano a essere un po’ datati, ma ha immediatamente spazzato via ogni dubbio sulla propria tenuta. Come se non avesse aspettato altro tutta la vita. Ha dato un’identità forte, di coalizione, a quel poco che era rimasto del Campo Largo (in pratica solo AVS e Cinque Stelle), e non era semplice, ha sviluppato una critica rigorosa, coerente e convincente del trentennio, ha saputo polemizzare avendo cura di non far cadere mai il tono della discussione. E ha messo in campo un bel po’ di idee praticabili, a cominciare da Salerno Capitale della Cultura 2030. Determinata e molto incisiva la sua battaglia per lo stop al consumo di suolo e al sacco edilizio, core business del deluchismo: una colata di cemento funzionale solo alla rendita fondiaria, spacciata per rivoluzione urbanistica. Non sappiamo se diventerà sindaco, però il centrosinistra salernitano potrebbe aver trovato il leader che mancava.

GHERARDO MARIA MARENGHI (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Noi Moderati, Prima Salerno): 5,5
Diciamoci la verità: da uno che in questa competizione rappresentava la coalizione attualmente al governo del Paese ci si aspettava qualcosina in più. Ha svolto il compitino da studente diligente, senza sforzarsi troppo di estrarre dall’ingessatura del professore di Diritto applicato alla politica un guizzo, una proposta forte, una provocazione spiazzante. Nemmeno lui è riuscito a scacciare quella sgradevole sensazione che, fin dal 1993, accompagna i salernitani critici del “sistema”. E cioè che il centrodestra, a Salerno, sia solo una propaggine dell’impero deluchiano, e che non abbia poi tutto questo interesse a vederlo cadere. Stavolta non ci saranno soccorsi elettorali, ma i toni soft della campagna di Marenghi sembrano il logico, quasi inerziale, portato di un lungo collateralismo – talvolta anche dichiarato – che tiene bloccato il sistema politico cittadino da più di trent’anni.

ALESSANDRO TURCHI (Salerno Migliore): 5,5
In che cosa sia migliore la sua proposta rispetto a quella degli altri candidati “minori” (soprattutto la Barone) il preside Turchi si è sforzato di spiegarlo dando fondo a quella cultura del “civismo” che appartiene sì alla tradizione amministrativa, tuttavia ha poco a che fare con la politica. Le reti di cittadinanza sono straordinarie realtà, ma alle elezioni la loro voce rischia sempre di rimanere confinata nella dimensione della pura testimonianza. Nel senso, che esse operano meglio lontano dal voto che in costanza di competizione. E quella di Salerno, con la sua specificità, avrebbe sconsigliato (ma il discorso non vale solo per Turchi: vale anche per la Barone) la corsa in solitaria. Divisi si perde a prescindere. Uniti si poteva sperare di invertire il corso del destino.

DOMENICO VENTURA (Dimensione Bandecchi): S.V.
Non pervenuto, come la temperatura di Potenza quando ci sono le previsioni del tempo. Il candidato invisibile. Ma qualcuno insinua: inesistente. Gravato del sospetto di essere stato una sorta di avatar deluchiano. Inafferrabile, sfuggente. Non l’ha visto nessuno: non i suoi competitor, che non hanno mai avuto il piacere di stringerli la mano o di confrontarsi con lui, né gli elettori, se si fa eccezione per quelli del suo fortino, nel cuore del centro storico. La Salerno vecchia, che all’inizio del trentennio appoggiò in massa l’ascesa deluchiana, ignara del fatto che si sarebbe rivelata, alla lunga, la più beffarda delle rivoluzioni passive, per dirla con Gramsci. Infatti, nel trentennio, il centro storico si è in parte desertificato, in parte trasformato in un bazar orientaleggiante, in cui la lingua più parlata è il bengalese.

ARMANDO ZAMBRANO (Oltre in Azione, Udc+Popolari e Riformisti, Salerno di Tutti): 6
E’ partito con l’handicap, perché a meno di una settimana dalla presentazione delle liste ha perduto per strada Forza Italia, rientrata nel centrodestra a seguito di un diktat di Martusciello. E ha dovuto pure lui risalire la corrente, come i salmoni: pensare che in quel momento i primissimi sondaggi lo davano addirittura in corsa per il ballottaggio. Circostanza che, collegata all’irruzione martuscelliana, ha ridato corpo a certi spettri del passato, come il patto Cosentino-De Luca tra il primo e il secondo turno nel 2006. Superato lo sbandamento, ha mantenuto però la barra dritta sulla sua idea della riappropriazione della città da parte dei cittadini. E nell’ultima fase è stato quello che maggiormente si è speso per la costruzione anticipata di una vera e propria Union Sacrée anti-De Luca, al fianco di chiunque sia capace di trascinarlo al ballottaggio. Mezzo voto in più per questo.