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La scomparsa di Francesco Guccini ha riportato a galla ricordi che sembravano custoditi in un angolo della memoria. Tra questi c’è quello di Ernesto Razzano, operatore musicale beneventano e titolare, insieme alla sorella Rosa, del locale Reset, nel cuore del centro storico di Benevento. Un ricordo intimo, autentico, nato quasi per caso in una storica trattoria di Bologna e diventato, con il passare degli anni, uno dei momenti più preziosi della sua vita.

Era l’inizio di febbraio. Razzano viveva nel capoluogo emiliano e quella sera aveva deciso di cenare alla celebre trattoria “Da Vito”, luogo simbolo della musica d’autore italiana. Non ci andava con la speranza di incontrare i grandi nomi che da sempre la frequentavano, ma semplicemente per respirarne l’atmosfera, osservare le fotografie alle pareti e immaginare le serate condivise da artisti come Lucio Dalla, Gianni Morandi, Andrea Mingardi, Luca Carboni e, naturalmente, Francesco Guccini.

Poi accadde l’imprevedibile.

“Ero seduto di spalle alla porta della sala quando all’improvviso calò il silenzio. Mi voltai appena e vidi, a pochi centimetri da me, l’imponente figura di Francesco Guccini”.

Il proprietario della trattoria, Vito, annunciò che avrebbe abbassato la serranda, ma che chi era già all’interno poteva rimanere. Pochi minuti dopo comparve una bottiglia di whisky sul tavolo del cantautore e, subito dopo, una chitarra.

“Pensai che stesse per iniziare un concerto per pochissimi fortunati. Speravo di ascoltare “Il Pensionato”, uno dei miei brani preferiti, oppure qualche pezzo di “Fra la via Emilia e il West”, un disco che conoscevo praticamente a memoria”.

Ma Guccini aveva in mente qualcosa di diverso.

Accanto a lui c’era Jimmy Villotti, straordinario chitarrista che il cantautore presentò ai presenti mentre accordava lo strumento. Nessun grande successo del suo repertorio: quella sera scelse di regalare ai pochi presenti un viaggio tra gli standard del blues americano, raccontando aneddoti, passioni e curiosità tra una canzone e l’altra.

“Dopo un paio di pezzi quella situazione, così surreale all’inizio, sembrava la cosa più normale del mondo. Ci chiedeva da dove venivamo, se fossimo studenti, turisti o bolognesi. Era come chiacchierare con un vecchio amico”.

Tra i ricordi più vivi di quella serata ce n’è uno che Razzano conserva con particolare affetto. Sua sorella Rosa, da sempre grande appassionata di Guccini, quel giorno festeggiava il compleanno a Firenze.

“Avevo uno di quei telefoni senza fotocamera. La chiamai senza dire una parola: le feci soltanto ascoltare la voce del suo cantautore preferito. Lei mi rispose subito: “Se parto adesso da Firenze, arrivo in tempo?”. Io le dissi soltanto: “Non lo so””.

Furono sette o otto canzoni, qualche aneddoto, tante risate e una bottiglia di whisky svuotata in compagnia.

“Poi la chitarra sparì così come era arrivata. Guccini si alzò, si sistemò il bavero del giubbotto, salutò tutti con un sorriso e uscì dalla trattoria come uno dei tanti clienti che aveva appena finito di cenare”.

Un ricordo che oggi, nel giorno dell’ultimo saluto a uno dei più grandi cantautori italiani, assume un significato ancora più profondo. Perché il privilegio più grande, racconta quella sera, non fu assistere a un concerto esclusivo, ma vedere Francesco Guccini nella sua dimensione più autentica: quella di un uomo innamorato della musica, capace di trasformare una semplice serata in trattoria in un momento destinato a restare per sempre nella memoria di chi era lì ad ascoltarlo.