di Rosario Dello Iacovo
Napoli vuota ad agosto quelli della mia generazione se la ricordano bene. Un’immagine sospesa tra la letteratura post apocalittica e un senso di quiete inusuale, in una delle città più caotiche e rumorose del mondo.
Nell’estate del 1987, di ritorno da Londra, il 16 agosto mi fu impossibile trovare una salumeria aperta. Oggi Napoli non soltanto non si svuota più, come accade anche in altre grandi città, ma si riempie anche di turisti.
Gli alberghi arrivano a Ferragosto con previsioni di occupazione comprese tra il 70 e il 90 per cento. Il flusso tiene nonostante il caldo feroce, il caro carburante, le guerre e i portafogli prudenti. Tra le città d’arte italiane, soecondo gli operatori, Napoli è l’unica a non arretrare rispetto all’estate scorsa. Potrebbe persino fare meglio.
La città si riempie, dunque. I servizi, invece, si accorciano. La Linea 1 ferma le corse alle 23 e rinuncia ai prolungamenti del fine settimana. La Linea 6 riesce a fare persino peggio: ultima partenza alle 13.50, praticamente un servizio da mezza giornata.
Il Comune risponde con più vigili, bagni pubblici e info point. Ma è un piano straordinario di accoglienza, non l’ordinario di una capitale europea. Napoli sa attirare il mondo. Resta da capire se sappia sostenerne il peso.
Non è un fuoco di paglia. Nel 2025 Napoli ha registrato circa 15 milioni di presenze e oltre 20 milioni di visitatori, inclusi escursionisti e crocieristi. La stagione dura tutto l’anno. Il turismo ha creato lavoro, recuperato immobili, riacceso strade e restituito autostima.
Guai, però, a confondere le camere occupate con la ricchezza diffusa. Parte della tenuta estiva si deve agli sconti: più ospiti non significa più incassi. E un’economia concentrata su ristorazione, pulizie e impieghi stagionali può creare posti senza migliorare salari e qualità della vita.
Il conto è già arrivato. Nel centro storico affitti brevi e canoni avanzano, mentre i negozi di prossimità cedono il passo a friggitorie e souvenir. La città vissuta arretra davanti a quella consumata. La variante che vuole conservare almeno il 70 per cento di residenze nelle aree più esposte è un primo argine, ma a occhio appare già del tutto insufficiente.
Napoli ha poco più di 905mila residenti e potrebbe scendere sotto i 786mila nel 2043. Servirebbero 50mila alloggi; quelli programmabili sono appena 7mila. Eppure oltre 74mila case risultano vuote, destinate ad altri usi o inabitabili. Il paradosso: una città piena di case nella quale non si trova casa.
Quel calo da un lato testimonia l’emorrragia demografica permanente del Meridione, dall’altro non equivale però interamente a una fuga dall’area napoletana. Una parte di chi lascia il capoluogo si sposta nei comuni dell’ex provincia, dove le case costano meno, ma continua a lavorare e studiare a Napoli.
La città reale ha già superato i confini del Comune, in realtà anche quelli dell’ex provincia; infrastrutture e servizi no. Nei prossimi vent’anni la Città metropolitana deve diventare Napoli: un unico sistema urbano, da Giugliano a Portici, da Pozzuoli a Nola. Significa completare le ferrovie, integrare tariffe e orari e puntare a un’unica azienda metropolitana del trasporto pubblico. Perché se abitare fuori significa impiegare due ore per raggiungere il centro, non è decentramento: è espulsione.
L’amministrazione Manfredi ha riordinato i conti e riportato a trenta giorni i pagamenti ai fornitori. Il PNRR ha riaperto una stagione di investimenti. Scampia, Taverna del Ferro, l’Albergo dei Poveri, scuole, treni e bus elettrici raccontano un Comune tornato a programmare. Sull’altro versante della medaglia, però c’è una percezione diffusa di una tendenza dirigista nel governo della città.
Su Bagnoli, non bastano più i verbi al futuro. L’America’sCup ha accelerato i cantieri ma aperto una frattura profonda nel quartiere: migliaia in piazza, blocchi dei camion, due esposti e indagini della Procura sui lavori e sui possibili rischi ambientali e sanitari. Le domande sono concrete. Perché procedere senza una valutazione d’impatto ambientale, ritenuta non necessaria perché le opere sono temporanee?
Chi garantisce che pontili e bacino di calma saranno rimossi, che non nascerà un porto turistico, che il mare diventerà davvero balneabile e la spiaggia resterà pubblica? E il parco si farà? Intanto tir, polveri e vibrazioni attraversano una zona in crisi bradisismica, che l’ultima scossa ha reso drammatica, e 109 residenti di Borgo Coroglio temono gli espropri.
Il nodo verrà dopo i tagli dei nastri. Una scuola ristrutturata vuole personale, un treno manutenzione, un parco cure quotidiane. Il Comune conserva un debito elevato e riceve meno contributi statali. Il rischio è inaugurare infrastrutture senza risorse per farle vivere.
Anche l’economia resta in chiaroscuro. Nel 2025 il prodotto campano è cresciuto dello 0,9 per cento. Ma il tasso di occupazione è fermo al 46,7 per cento e le retribuzioni reali private restano sotto i livelli del 2008. Se i giovani partono, il successo turistico non è esattamente sviluppo.
Napoli è a un bivio. Può diventare una metropoli mediterranea policentrica, trasformando turismo e investimenti in servizi, ricerca, cultura, economia del mare e diritti. Oppure una città-vetrina, sempre più piena di visitatori e povera di residenti. O una metropoli incompiuta: tante opere e poche risorse per farle funzionare.
La fotografia di Ferragosto contiene la domanda decisiva: alberghi pieni, strade affollate, metropolitane a mezzo servizio. Napoli ha imparato ad attirare il mondo. Ora deve dimostrare di saper trattenere i napoletani. Perché una città ha davvero successo non quando finisce le camere, ma quando i suoi abitanti non sono costretti ad andarsene.


















