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Le auto cariche, le ultime valigie, i saluti davanti casa prima di ripartire. Con la fine delle vacanze nei piccoli comuni dell’Irpinia si ripete una scena ormai familiare. Agosto aveva riportato gente nelle piazze e nelle strade, settembre restituisce invece la fotografia di un territorio che continua a perdere abitanti.

Le feste patronali, le sagre e gli appuntamenti estivi hanno richiamato migliaia di persone. Sono tornati per qualche settimana anche tanti irpini che vivono al Nord o all’estero. Case rimaste chiuse durante l’anno hanno riaperto porte e finestre, i locali si sono riempiti e nei centri storici è tornato quel movimento che in altri mesi manca. 

Adesso si riparte. Milano, Roma, Bologna, ma anche Germania, Svizzera e altri Paesi europei. Destinazioni diverse, spesso per lo stesso motivo: lavoro, studio, opportunità che nei piccoli centri sono sempre più difficili da trovare. Non è un fenomeno nuovo. Ma i numeri continuano a essere pesanti.

Nei 25 comuni dell’Alta Irpinia la popolazione è passata dai 66.397 residenti del 2011 ai 59.342 del 2022. In poco più di dieci anni sono andate via, almeno dai registri anagrafici, oltre settemila persone. Un calo superiore al 10%.

Dietro il dato complessivo ci sono situazioni ancora più difficili. Senerchia è passata da 1.014 a 734 abitanti, perdendo oltre un quarto della popolazione. Aquilonia da 1.815 a 1.463, Andretta da 2.056 a 1.683. A Calitri si è scesi da 4.921 a 4.250 residenti, mentre Sant’Angelo dei Lombardi è passato da 4.304 a 3.861.

Il fenomeno riguarda anche i centri più popolosi dell’area. Montella ha perso più di 550 residenti, passando da 7.877 a 7.320. Lioni è scesa da 6.335 a 5.942 abitanti, Nusco da 4.258 a 3.898. E non c’è soltanto chi parte. C’è anche chi non nasce.

Il progressivo invecchiamento della popolazione rappresenta l’altra faccia della crisi demografica. Nel 2024 Avellino, insieme a Benevento, risultava tra le province con l’età media più alta della Campania: 46,9 anni. Meno giovani significa meno studenti, meno famiglie, meno consumi e, soprattutto nei comuni più piccoli, maggiori difficoltà nel mantenere servizi e attività. A rendere tutto più complicato c’è poi una questione che l’Irpinia conosce bene: muoversi resta difficile.

La provincia continua a pagare un deficit storico nei collegamenti ferroviari. Il capoluogo non dispone oggi di collegamenti ferroviari ordinari diretti con Napoli e chi deve spostarsi quotidianamente verso l’area metropolitana è ancora fortemente dipendente da autobus e automobile. Per molti comuni delle aree interne il problema è ancora più evidente: raggiungere una stazione ferroviaria, un’università o un luogo di lavoro può significare prima percorrere decine di chilometri su strada. Un limite che pesa soprattutto sui giovani.

In un territorio nel quale il lavoro qualificato è già difficile da trovare, collegarsi male con Napoli, Salerno e con le grandi direttrici nazionali restringe ulteriormente le possibilità. Studiare fuori diventa più complicato, lavorare in un’altra provincia continuando a vivere nel proprio paese richiede tempi e sacrifici maggiori.

La mobilità, dunque, entra direttamente nella questione dello spopolamento. Perché restare non significa necessariamente trovare lavoro sotto casa. Potrebbe significare anche vivere in Irpinia e raggiungere ogni giorno Napoli o Salerno. Ma per farlo servono collegamenti rapidi e affidabili. Dove questi mancano, l’alternativa per molti diventa trasferirsi.

È questo il problema che torna evidente quando finisce l’estate. Ad agosto un paese può cambiare volto nel giro di pochi giorni. Si torna nella casa dei genitori o dei nonni, si incontrano amici che durante l’anno vivono a centinaia di chilometri di distanza. Per qualche settimana sembra quasi che lo spopolamento non esista.

Poi arriva settembre. Le scuole riaprono, le aziende riprendono a pieno ritmo, ricominciano università e lavoro. E chi ha costruito altrove la propria vita deve ripartire. Qualcuno lo fa per scelta, tanti perché non hanno alternative.

Ed è probabilmente questo l’aspetto sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito sulle aree interne. Non convincere un ragazzo a restare per amore del proprio paese, ma dargli la possibilità di scegliere di farlo.

Il lavoro rimane il primo problema, ma non è l’unico. Pesano i trasporti, la distanza dai servizi sanitari, la riduzione dell’offerta scolastica, la copertura digitale e le difficoltà quotidiane di chi decide di mettere su famiglia lontano dai centri maggiori.

Negli anni sono arrivati finanziamenti e sono stati avviati programmi per contrastare lo spopolamento. Nel ciclo 2014-2022 l’Alta Irpinia ha assorbito oltre 203 milioni di euro di risorse del Programma di sviluppo rurale. Interventi importanti per agricoltura, imprese e territorio, che però si confrontano con una tendenza demografica che finora non si è fermata.

E allora la domanda non può essere soltanto quanti soldi vengono stanziati. Bisogna capire quanto questi investimenti riescano davvero a cambiare la vita di chi abita nei paesi.

Quanto tempo serve per raggiungere un ospedale? Quanto impiega uno studente per arrivare all’università? È possibile lavorare a Napoli o Salerno continuando a vivere in provincia di Avellino? Quanto costa, in termini di tempo e denaro, non avere un collegamento ferroviario efficiente a disposizione? Sono domande molto più concrete di qualsiasi slogan sul ripopolamento.

Non è una questione di nostalgia. E neppure una battaglia tra chi è rimasto e chi è partito. La maggior parte di chi lascia l’Irpinia continua a tornarci, mantiene qui la famiglia, una casa, gli amici e spesso immagina anche di poter rientrare definitivamente.

Il problema è creare le condizioni per farlo. Perché le piazze piene di agosto raccontano quanto sia ancora forte il legame con questa terra. Quelle più vuote di settembre raccontano quanto sia difficile viverci tutto l’anno.

E forse la fotografia più semplice dello spopolamento irpino resta quella che si vede proprio in questi giorni: ogni estate migliaia di persone tornano a casa. Poi finiscono le vacanze, ricominciano il lavoro e lo studio e, in una provincia ancora troppo difficile da raggiungere e da lasciare ogni giorno, molti sono costretti a fare nuovamente le valigie.