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Chiariamo subito un punto, per evitare le solite interpretazioni superficiali: questo non è un ragionamento in difesa della politica, di un’amministrazione o di chi oggi ricopre incarichi istituzionali. Le responsabilità di chi governa esistono, vanno raccontate e, quando necessario, contestate. La critica nei confronti delle scelte pubbliche è il sale della democrazia e rappresenta uno strumento indispensabile per migliorare una città.

Il punto, però, è un altro. Negli ultimi anni sembra essersi affermata una narrazione secondo cui Avellino sarebbe soltanto degrado, immobilismo e fallimento. Una città nella quale non funziona nulla, dove ogni notizia positiva viene ignorata e ogni problema diventa l’occasione per certificare, ancora una volta, che questo territorio non abbia alcuna prospettiva. È una rappresentazione che finisce per andare ben oltre la critica politica. Perché non colpisce più soltanto chi amministra o chi prende decisioni, ma un’intera comunità.

Criticare un’opera pubblica, una scelta amministrativa, la manutenzione delle strade, la gestione dei servizi o la programmazione culturale è giusto. Anzi, è necessario. Ma trasformare ogni occasione in un processo contro Avellino significa alimentare un racconto che rischia di fare più danni dei problemi che denuncia. Sui social questo meccanismo è ormai evidente. Più un contenuto è esasperato, più genera commenti, condivisioni e visualizzazioni. Così il degrado diventa un format, la polemica un metodo e la città uno strumento attraverso cui costruire consenso personale. È una logica che premia il clamore, ma raramente aiuta a comprendere la realtà.

Eppure Avellino non è soltanto le sue difficoltà. È fatta di imprese che investono, associazioni che lavorano ogni giorno sul territorio, giovani che scelgono di restare, professionisti che costruiscono opportunità, eventi che richiamano migliaia di persone, realtà sportive che rappresentano un motivo di orgoglio e cittadini che, nel silenzio, contribuiscono ogni giorno alla crescita della comunità. Raccontare tutto questo non significa nascondere i problemi. Significa semplicemente offrire un quadro completo.

C’è poi un’altra contraddizione che dovrebbe far riflettere. Quando qualcuno da fuori liquida Avellino e l’Irpinia con i soliti stereotipi sul Mezzogiorno, la reazione è quasi sempre immediata. Ci si indigna, si rivendica l’identità del territorio e si difendono le proprie radici. Quando, invece, la stessa narrazione arriva dall’interno, da chi quella città la vive o dice di amarla, spesso viene accolta con entusiasmo, quasi fosse un segno di coraggio. Ma non c’è nulla di coraggioso nel descrivere costantemente una comunità come un luogo senza speranza. Il coraggio è denunciare ciò che non funziona indicando una strada, non limitarsi a demolire tutto. È pretendere di più da chi governa senza mortificare una città intera. È distinguere le responsabilità politiche dal valore di un territorio e delle persone che lo abitano.

Avellino non ha bisogno di tifosi che applaudano qualsiasi cosa, ma nemmeno di professionisti della denigrazione. Ha bisogno di un confronto serio, libero e onesto. Di un’informazione che continui a raccontare le criticità senza rinunciare all’equilibrio. Di cittadini capaci di essere severi con chi amministra, ma rispettosi della propria comunità.

Perché criticare serve a cambiare le cose. Denigrare, invece, serve soltanto ad alimentare una narrazione che impoverisce tutti. E una città che viene raccontata solo attraverso i suoi difetti finisce, inevitabilmente, per perdere fiducia prima ancora delle sue opportunità.