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Il presunto “Sistema Caprio” esiste. E il quadro dei gravi indizi già riconosciuto dal Gip non sarebbe più il terreno sul quale combattere questa partita. È questa, in estrema sintesi, la linea tracciata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere nella prima parte della requisitoria davanti alla decima sezione del Tribunale del Riesame di Napoli.

Un’impostazione destinata però ad aprire uno scontro procedurale con le difese. Perché proprio sulla possibilità di rimettere in discussione il quadro indiziario si giocherà una delle partite più delicate delle prossime udienze. Questa mattina il pubblico ministero Ida Capone ha iniziato ad illustrare davanti al Collegio i motivi dell’appello presentato dalla Procura contro l’ordinanza con la quale il Gip di Santa Maria Capua Vetere aveva rigettato le richieste di misure cautelari nei confronti di 32 indagati. Tredici richieste di custodia in carcere, sedici di arresti domiciliari e tre divieti di dimora in Campania.

Il Gip, pur non ravvisando le esigenze cautelari anche in considerazione del tempo trascorso dai fatti contestati, aveva riconosciuto la sussistenza del quadro di gravità indiziaria prospettato dalla Procura. Ed è proprio da questo punto che oggi è ripartita l’accusa. Nella prima parte della requisitoria, il pm si è soffermato soprattutto sull’ipotesi dell’associazione per delinquere che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe avuto come riferimento i fratelli Francesco, Luigi e Ubaldo Caprio.

Al centro ci sarebbe una galassia di società formalmente riconducibili anche a soggetti diversi, ma che secondo la Procura sarebbero state legate da un unico centro decisionale. Una struttura costruita, questa è l’ipotesi degli inquirenti, con l’obiettivo di acquisire il maggior numero possibile di appalti pubblici tra le province di Caserta e Benevento.

Nel corso della requisitoria è tornata più volte anche la posizione dell’ingegnere sannita Fabio Leonetti, già coinvolto nell’inchiesta. Su di lui e sui rapporti ricostruiti dagli investigatori il pubblico ministero si è soffermato in diversi passaggi. La requisitoria, tuttavia, non è terminata e l’esame delle ulteriori posizioni dovrebbe proseguire nella prossima udienza. Ma è sul terreno procedurale che si è aperto il fronte probabilmente più interessante.

La Procura ha chiesto al Collegio di dichiarare inammissibili le memorie depositate dalle difese nella parte in cui tendono a rimettere in discussione la gravità indiziaria. Il ragionamento dell’accusa parte dall’articolo 310 del codice di procedura penale e dai confini dell’appello cautelare presentato dalla stessa Procura.

L’appello, infatti, censura il provvedimento del Gip sul versante delle esigenze cautelari. Non sulla gravità indiziaria, che era stata invece riconosciuta dal giudice. Secondo la tesi sostenuta oggi dal pm, il giudizio davanti al Riesame dovrebbe quindi restare circoscritto a quel segmento, senza consentire alle difese di allargare il perimetro della discussione rimettendo in gioco anche gli indizi.

In altre parole: per la Procura il quadro indiziario riconosciuto dal Gip resterebbe fermo, mentre il Collegio sarebbe chiamato a pronunciarsi essenzialmente sulla sussistenza delle esigenze necessarie per applicare le misure cautelari richieste.

Una lettura sulla quale si annuncia la battaglia delle difese. Sarà il Tribunale del Riesame a stabilire quale debba essere effettivamente il perimetro della propria valutazione e, dunque, se e in quale misura possano essere esaminate anche le contestazioni difensive relative alla gravità indiziaria. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa. Anzi, rischia di essere ancora lunga.

L’udienza precedentemente prevista per il 14 ottobre è stata soppressa. Si tornerà davanti al Collegio il 25 novembre 2026, quando il pubblico ministero Ida Capone concluderà la requisitoria. Subito dopo potranno cominciare le discussioni dei difensori, organizzate secondo un calendario concordato compatibilmente con gli impegni delle parti. Soltanto al termine delle discussioni il Tribunale del Riesame sarà chiamato a pronunciarsi sull’appello della Procura e, quindi, sulle misure cautelari originariamente richieste nei confronti dei 32 indagati.

Una decisione che, a questo punto, potrebbe arrivare diversi mesi dopo la prima richiesta avanzata dalla Procura.