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È impossibile non definire storico – sia per gli addetti ai lavori che per l’intero territorio – l’evento che ieri pomeriggio ha visto protagonista la Cantina del Taburno. Di recente acquisizione da parte del Gruppo Rillo, la rinomata cantina di Foglianise ha riaperto le sue porte per un appuntamento di grande rilievo, il convegno ‘Dal Blu al Bue Apis‘, seguito da una degustazione di sei annate del medesimo Aglianico.
Un viaggio attraverso il tempo guidato dagli esperti Luciano Pignataro, Tommaso Luongo e Pasquale Carlo, partito dal 1987 con la prima Riserva Doc (che ha lasciato un’impronta indelebile nei cultori dell’Aglianico con la sua riconoscibile etichetta segnata dal Blu) fino a giungere al 2017 con l’annata più recente dell’arcinoto Bue Apis. Un evento che ha permesso ai numerosi ospiti presenti – tra rappresentanti istituzionali, esperti e giornalisti del settore – di immergersi in sapori unici, frutto di secolari tradizioni vitivinicole, e di approfondire le affascinanti vicende del territorio sannita.
“Questa degustazione è stata una verticale storica. Ci sono tanti aneddoti che si potrebbero raccontare intorno a questo vino che nasce da una vigna centenaria, anzi realmente plurisecolare, dato che alcuni ceppi risalgono addirittura a 250/300 anni fa… quindi veramente la storia nel bicchiere” ha affermato Tommaso Luongo, presidente Ais Campania, che ha magistralmente guidato la degustazione mettendo in luce la ricchezza e la profondità delle diverse annate del ‘Bue Apis’, frutto di una lunga tradizione vinicola che si riflette in ogni sorso.
La Cantina del Taburno ha infatti svolto in passato un ruolo cruciale nel Sannio, ed oggi, grazie all’imprenditore Enzo Rillo e alla sua tenace fiducia nel territorio, si ripropone di continuare a brillare e a stupire. “Il fatto che questa cantina sia stata acquisita da un imprenditore privato ne configura con certezza un futuro importante, grazie anche all’autonomia ed alla rapidità delle decisioni” ha spiegato il giornalista enogastronomico Luciano Pignataro che ha poi rimarcato il ruolo fondamentale della Cantina del Taburno nel panorama vitivinicolo locale e non solo, ricordando il suo passato di successi e la capacità di innovare e conquistare nuovi mercati.

Va rimarcato inoltre che l’acquisizione della Cantina da parte di un imprenditore locale assume un significato ancor più profondo, poiché palesa la volontà di mantenere saldamente radici storiche e tradizioni vinicole nel territorio di comune appartenenza.
“Questa Cantina ha avuto un ruolo importantissimo nel Sannio in quanto ha tutelato il reddito dei piccoli produttori di uve, anche se in seguito alcune vicissitudini burocratiche ne hanno rallentato e reso più difficoltoso lo sviluppo. Nonostante ciò è una Cantina che ha prodotto dei grandi vini e soprattutto è quella che di fatto riuscì a scalzare i bianchi veneti che imperavano in tutti i ristoranti di Napoli. Con il Greco, il Coda di volpe, il Fiano, cominciò di nuovo il consumo di vino campano. E’ stata una epoca molto significativa… si vendevano centinaia di migliaia di bottiglie” ha precisato.
Inoltre il Bue Apis è stato il primo rosso sannita ad aggiudicarsi il riconoscimento dei Tre Bicchieri nella guida del Gambero Rosso del 1999, un traguardo che ha contribuito a consolidare la reputazione della cantina nel tempo. “All’epoca faceva mercato, ancor più di oggi, era la guida di settore più seguita, non c’erano i social, le mail …. quindi erano altri i modi per comunicare il vino e il principale riferimento era proprio quello di essere premiati da tale guida. Quindi – ha concluso – è stata una grande intuizione commerciale che ha poi mantenuto inalterato il suo fascino nel corso degli anni”.
Il giornalista enogastronomico Pasquale Carlo ha invece parlato della assoluta rilevanza del convegno tenutosi ieri: “Nel mondo del vino si riscontrano momenti storici che dettano la linea per il futuro guardando al passato. Questa è una Cantina che ha fatto la storia del Taburno e oggi ha riaperto le sue porte con una degustazione che ci ha riportato indietro nel tempo. E’ il modo migliore non solo per ricordare la storia di questa Cantina, ma anche degli uomini che hanno fatto la storia del vino sannita e che, in un momento difficile come la metà degli anni ’70, hanno saputo guardare lontano. Oggi a distanza di 50 anni, a loro dobbiamo dire grazie e continuare il lavoro progettando il nostro futuro” ha chiosato Carlo.

In rappresentanza della famiglia Rillo, all’incontro ha preso parte la giovane Michela, a testimonianza di un progetto ambizioso che guarda al futuro ed all’impegno costante per la valorizzazione della tradizione e la costruzione di un futuro luminoso per l’Azienda.
“Mio padre ha sempre creduto nelle potenzialità di questo territorio. Non si è mai limitato ad un’unica realtà imprenditoriale, e pur avendo avuto successo in altri settori è sempre tornato al mondo del vino. Con La Fortezza siamo operativi da ormai 15 anni, e appena si è presentata l’occasione di acquisire la Cantina del Taburno mio padre ha senza indugio deciso di farlo. È una Cantina che rappresenta il territorio, non solo come realtà vitivinicola ma in primis come realtà sociale che nel tempo ha dato la possibilità a tante persone – come i miei nonni, ad esempio – di poter costruire un futuro per se stessi e per i propri figli”.

Tra i tanti collaboratori che ieri con emozione hanno riaperto le porte della struttura, c’era anche Angelo Pizzi, direttore tecnico ed enologo storico della Cantina del Taburno, che ha condiviso il suo legame profondo con questa realtà vitivinicola, evidenziando la qualità straordinaria dei vini prodotti e l’importanza della viticoltura locale a tre dimensioni che permette di ottenere vini di eccellenza. “La Cantina del Taburno è stata il mio primo amore, dopo una esperienza di 15 anni in Inghilterra. L’ho condotta come direttore tecnico per 18 anni, e qui ho trovato dei bianchi eccezionali, oltre all’Aglianico ovviamente. È una grande espressione del territorio. Prima c’erano ben 500 soci tra tutti i comuni del Taburno e quindi abbracciava un’area molto vasta. E poi c’è una viticoltura a tre dimensioni: in particolare sfruttando l’altitudine è possibile ottenere degli ottimi vini”.