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Attraverso la scrittura i giovani detenuti hanno guardato il mare che li circonda notte e giorno e hanno potuto immaginare la terraferma. Attraverso le parole hanno provato a vedere più lontano, oltre quei 300 metri di asfalto che dal 1930 cuciono l’isola a Bagnoli e Posillipo.

È questo il cuore de “I Nisidiani”, il documentario scritto e diretto da Riccardo Brun, 52 anni, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia alle Giornate degli Autori.

Un film che nasce da un impegno civico lungo 12 anni, il laboratorio di scrittura creato dentro l’Istituto Penale per Minorenni di Napoli – attivo dal 1934, oggi con 67 ragazzi di cui 44 minorenni – dall’insegnante di Lettere Maria Franco con il patrocinio del direttore Gianluca Guida.

Il potere delle parole su cui si basavano i laboratori è diventato metodo. Non lezione, ma vacanza. Come scrive Viola Ardone, non parco giochi per giovani criminali, ma vacatio dal latino: assenza, vuoto, sospensione. “Una vacanza dalla violenza quotidiana, dalle famiglie disfunzionali e di camorra, dalla marginalità. L’unica che molti di loro si siano mai potuti permettere” si legge.

Da quell’esperienza è nato un collettivo che ha scelto di chiamarsi “I Nisidiani”: la stessa Ardone con Brun, Maurizio de Giovanni, Daniele Del Crescenzo, Antonio Menna, Valeria Parrella e Patrizia Rinaldi. Autori del romanzo collettivo “L’altra prova”.

Nel documentario, ed è la sua forza, gli scrittori scompaiono. Parlano le storie dei ragazzi, i loro scritti, i posti, la musica, una luce acquosa. “Parla una striscia di azzurro che appare e scompare a seconda della messa a fuoco” scrive Ardone.

E poi parla quel labirinto di colpe e responsabilità dove, attraversata quella lingua d’asfalto, si apre “il bivio tra Poggioreale carcere e Poggioreale cimitero”.

In tempi di scontro sulla giustizia minorile, Nisida dimostra che le parole giuste liberano e riscattano.
Fino a raggiungere il red carpet più famoso.