Ventidue gol subiti in dodici giornate: un numero che pesa come un macigno sul campionato dell’Avellino. La squadra biancoverde ha una delle peggiori difese d’Italia tra i professionisti: tra le 60 formazioni di Serie A, B e C, solo Pescara (25 reti al passivo), Arzignano (23), Pontedera (25), Casarano (25) e Picerno (30) hanno fatto peggio. Un dato che racconta più di mille parole il momento delicato dei lupi, in evidente difficoltà nella propria metà campo.
Il problema non è solo tecnico, ma mentale. L’Avellino concede troppo e difende poco di reparto: errori individuali, letture sbagliate e mancanza di compattezza hanno reso fragile un gruppo che, fino a poche settimane fa, sembrava in crescita. Biancolino ha provato a cambiare assetto e uomini — passando dal 4-3-3 al 3-5-2, fino al 4-2-3-1 — ma la musica non cambia. Gli avversari arrivano con troppa facilità negli ultimi sedici metri e ogni palla inattiva diventa un brivido per Iannarilli o Daffara, spesso costretti a fare gli straordinari.
Gli infortuni complicano ulteriormente le cose. Simic è ai box, Rigione non è ancora al meglio, e chi entra fatica a trovare ritmo e concentrazione. A centrocampo manca una vera barriera davanti alla difesa: Palmiero e Sounas alternano buone prestazioni a pause preoccupanti, mentre il pressing alto non sempre riesce a proteggere la linea arretrata.
La sensazione è che l’Avellino non difenda più da squadra. Appena subisce, si smarrisce. E in un campionato equilibrato come la Serie B, ogni dettaglio fa la differenza: un’uscita ritardata, una marcatura saltata, un rimpallo sfortunato diventano sentenze.
Raffaele Biancolino dovrà intervenire in fretta, perché la stagione è ancora lunga ma non infinita. Serve una reazione di carattere, più che di tattica. Difendere bene non è solo un fatto di uomini o numeri: è una questione di orgoglio, di fame, di attenzione.

















