C’è una linea sottile dove la gestione del potere smette di essere governo. E diventa dominio. La vicenda delle dimissioni imposte al sindaco di Salerno, Enzo Napoli, segna quel confine. Anzi, lo calpesta. Perché qui non siamo davanti a una scelta politica. Siamo davanti a un atto di padronanza territoriale. Nudo. Esplicito. Umiliante per le istituzioni.
Vincenzo De Luca ecide, ordina, impone. E chi sta sotto esegue. Anche se è un sindaco. Anche se dovrebbe rappresentare una città. Anche se il mandato gli è stato conferito dai cittadini, non dal ‘capo’.
L’ombra del condizionamento è pesante. Tossica. Fa male alla politica e alla sua credibilità. Perché se un sindaco deve farsi da parte non per una responsabilità amministrativa, ma per un equilibrio interno al potere regionale, allora il problema non è Enzo Napoli. Il problema è il sistema.
E tutto questo con la ‘complicità’, seppur non totalizzante, del Partito Democratico. Silenzioso. Impacciato. Spettatore di un copione già visto. Un partito che subisce invece di discutere. Che china il capo invece di difendere il senso delle istituzioni.
Non a caso Sandro Ruotolo parla di “aria di nuovo feudalesimo” e affonda il colpo: “Do un consiglio a De Luca: faccia un passo indietro e aiuti la costruzione di nuove classi dirigenti. Dire ‘dopo di me il diluvio’ porta sfortuna”.
Parole pesanti. Ma necessarie. Perché il vero rischio è tutto lì: l’idea che senza De Luca non esista nulla. Né futuro, né classe dirigente, né autonomia. Solo macerie. La politica, invece, dovrebbe essere esattamente il contrario. Continuità senza sudditanza. Autorità senza prepotenza. Leadership senza culto della personalità.
Qui, purtroppo, siamo ben oltre. Siamo al controllo del territorio. E quando accade, le istituzioni non governano più. Vengono semplicemente usate.




















