La bocciatura delle due candidature del Sannio a Capitale italiana della Cultura non è una sorpresa. È l’esito prevedibile di una gestione politica miope, autoreferenziale e divisa, che oggi prova a nascondere le proprie responsabilità dietro l’alibi della persecuzione politica. Le proteste indignate di Clemente Mastella e dei suoi alleati arrivano fuori tempo massimo e suonano costruite. Perché questa sconfitta non nasce a Roma, ma molto prima, qui.
Due proposte concorrenti, entrambe respinte: Benevento–Pietrelcina da un lato, Montesarchio e Valle Caudina dall’altro. In una provincia piccola, che avrebbe avuto una sola possibilità reale: presentarsi unita. Non è accaduto. E non per divergenze culturali, ma per incapacità politica.
Mastella parla di “amichismo politico” e di vittoria delle amministrazioni di destra. Ma i fatti raccontano altro. Non si può definite “culturale” l’atteggiamento delle amministrazioni di una piccola provincia che non riescono a trovare una convergenza per arricchire la proposta.
Rimane un mistero la ragione delle due distinte e concorrenti proposte che non si può attribuire certo a contrapposizioni politiche. Infatti il sindaco di Montesarchio è un indipendente e tra i suoi assessori c’è anche Marcella Sorrentino, guarda caso fedelissima di Mastella e segretaria provinciale di Noi di Centro.
Dov’è, allora, l’incompatibilità dei due progetti? Non c’è. C’è invece una frattura insanabile nella gestione del potere locale e nella costruzione di una visione condivisa.
Gli esperti lo avevano detto chiaramente, anche pubblicamente: una candidatura culturale non può nascere da amministrazioni che non riescono nemmeno a convergere su un progetto comune. La cultura, prima di essere un dossier, è metodo. E qui il metodo è mancato.
Montesarchio ha puntato sul vaso di Assteas e su una rete territoriale che includeva Sant’Agata dei Goti e comuni delle province di Caserta e Avellino. Benevento–Pietrelcina ha scelto il misticismo religioso e artistico, con un logo firmato da Aurora Lobina. Due narrazioni diverse, ma non incompatibili. Anzi: sarebbe stato relativamente semplice unirle.
Il filo conduttore c’era ed era evidente: la Via Appia. La stessa Via Appia di cui Mastella si è vantato per il riconoscimento Unesco. La stessa Via Appia su cui Mirabella Eclano ha costruito la propria candidatura, arrivata alla fase finale. Una convergenza naturale, che avrebbe potuto includere anche la Valle Caudina e creare un progetto forte, identitario, credibile.
L’invito a lavorare a una proposta unitaria era arrivato da più parti. Mastella aveva dichiarato che ci avrebbe pensato, ma solo dopo la presentazione delle candidature. Una scelta che oggi appare per quello che è stata: un rinvio tattico che ha prodotto un disastro politico.
In questo quadro si inserisce il ruolo della Fondazione di Comunità di Benevento, che ha coordinato il dossier di Benevento–Pietrelcina. Una fondazione nata per offrire servizi assistenziali, costituita dal Consorzio Sale della Terra, La Rete Sociale e Croce Rossa Italiana, con un fondo di circa 900 mila euro. I tre soci fondatori esprimono presidente, vicepresidente e direttore generale: Angelo Moretti, Nicola La Peccerella, Stefano Tangredi.
La fondazione ha rivendicato con forza l’adesione di 40 comuni sanniti e la raccolta di oltre 100 progetti, quasi a voler dimostrare una potenza di fuoco numerica più che una visione culturale coerente. Ma quantità non significa qualità. E soprattutto non sostituisce la politica.
Il dossier, coordinato da Angelo Moretti, che è anche consigliere comunale di minoranza a Benevento, insieme all’assessore alla Cultura Antonella Tartaglia Polcini, ha coinvolto associazioni culturali e sociali. Ma ha escluso completamente Montesarchio e la Valle Caudina. E ha escluso anche figure chiave del panorama culturale. Tra queste, Francesco Cascino.
Cascino era stato inizialmente coinvolto. Poi, improvvisamente, messo da parte. I suoi progetti per la valorizzazione di Vico Noce e del Mamozio di fronte al Duomo, ideati insieme a Ninni De Santis, Fabrizio D’Aloia e altri, non hanno trovato spazio. D’Aloia, ex Microgame, ha persino costituito una società per la gestione dello spazio eventi dell’Hortus Conclusus, concessione che l’amministrazione Mastella non ha mai autorizzato.
Cascino, lasciato andare, ha fatto ciò che fanno i professionisti quando la politica chiude le porte: ha lavorato altrove. È diventato direttore artistico del dossier di Mirabella Eclano. Quella candidatura è passata. Ed è costruita proprio sulla Via Appia.
Qui il dubbio non è solo legittimo, è doveroso. Siamo davvero sicuri che la politica sannita non abbia alcuna responsabilità in questo esito? Siamo sicuri che l’indignazione di oggi non sia una recita? Cascino era qui, poi è stato lasciato andare. Mirabella Eclano, con Cascino e con l’Appia, viene premiata. Mastella rivendica amicizie importanti, compresa quella con il ministro Piantedosi, indicato come sponsor politico di Mirabella.
“Come diceva Andreotti: a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina”.
Non è un’accusa, è una domanda. Una domanda che la politica locale farebbe bene a non liquidare con slogan e vittimismo. Perché questa bocciatura non è figlia di oscure trame romane. È il risultato di scelte precise, di esclusioni, di chiusure, di una gestione accentrata e muscolare che ha preferito contare i comuni invece di costruire una visione.
Il Sannio aveva una possibilità. L’ha sprecata da solo. E oggi chi governa prova a nascondersi dietro l’indignazione. Ma i dossier respinti restano sul tavolo. E raccontano una storia molto diversa.




















