Tempo di lettura: 3 minuti

Nove punti non sono pochi, il tris contro il mai dimenticato Spalletti non fa male solo alla classifica, rappresenta la linea di demarcazione per quanto riguarda la questione scudetto. Napoli che deve guardarsi alle spalle per guadagnarsi la qualificazione in Champions e guardarsi dal ritorno di Roma, Juve e, perchè no, Como.

Ma questo nel corso di una stagione ci può anche stare, quel momento di flessione che è figlio di tanti fattori: stanchezza, infortuni, errori, scelte e chi più ne ha più ne metta.

Tre punti nelle ultime cinque partite, però, non possono rientrare solo in questa somma di fattori, sarebbe troppo riduttivo. La gara contro la Juventus ha anche messo in mostra scarabocchi e poca fame. La palla in orizzontale di Juan Jesus è da matita rossa, da poca concentrazione e troppa leggerezza. L’arrivare sempre secondi sul pallone è sinonimo di stomaco che non brontola. A poco vale aver palleggiato di fronte alla Vecchia Signora, il calcio è fatto di risultati e quello maturato allo Juventus Stadium non ammette repliche.

Si dirà del rigore su Hojlund, che c’era, del protocollo e dei soliti e tanti infortuni che per carità, sono veramente tanti ma tutto ciò rientra nella voce alibi per giustificare, poi, quello che non accade in campo.

E quello che ha mostrato il campo è stanchezza di mente e di corpo, giocatori spremuti con un mercato che non decolla al netto del solo Giovane, risorse dentro casa poco utilizzate o lasciate partire a cuor troppo leggero.

Un paradosso aver fatto partire gente in una condizione di emergenza conclamata da settimane. Se l’attaccante danese è stanco e Lukaku è ritornato ma ha bisogno di tempo, forse dare fiducia a Lucca poteva essere cosa buona e giusta. Con Politano fermo e Neres a rischio lungo stop, forse Lang poteva ritornare utile. Così come grida vendetta aver concesso poco a Marianucci (118′, meno di due partite in poche parole) quando la fiducia intorno a Buongiorno è poca e Jesus ogni tanto ricorda a tutti di non essere propriamente Cannavaro. E Beukema resta un gran colpo, ma resta in panchina. Un investimento importante che ha collezionato meno di nove partite in termini di minuti giocati in Serie A.

Tutti nomi giunti ad agosto e bocciati il giorno dopo. Che poi ci sia stato un accanimento del fato questo è fuor di dubbio, sarebbe da ciechi negarlo, ma a questo va aggiunto un discorso rotazioni che è abbastanza lacunoso. Sarebbero state rotazioni limitate? Assolutamente sì, ma almeno sarebbero servite a far rifiatare qualcuno che, per stessa ammissione di Conte, sta giocando troppo.

E alle porte c’è la Champions, altro tasto dolente. Manca la gara col Chelsea, non l’ultima arrivata e ci si arriva dopo il pari sanguinoso di Copenhagen, un vantaggio di un gol e di un uomo dilapidati con troppa leggerezza. 

Dal trionfo e dalla storia al bagno di sangue è un filo sottile: se finisse con l’esclusione dalle prime quattro e l’eliminazione dai play off Champions allora si dovrebbero rivedere tante cose a partire proprio da Antonio Conte, l’uomo del quarto scudetto e delle bocciature senza appello.