di Giovanna Fusco
L’8 marzo, non una ricorrenza da ricordare distrattamente né una ricorrenza da svuotare di significato. È una data che impone uno sguardo lucido sulla condizione delle donne oggi, in un mondo che continua a definirsi moderno ma, in molte sue parti, nega ancora dignità, libertà, voce.
La Giornata Internazionale della Donna è stata concepita senza dubbio per ricordare le battaglie di un passato complesso, ma anche per interrogarsi ancora su un presente che non è immune da difficoltà, che mette in evidenza una condizione in cui nascere donna equivale ad essere marginalizzata, controllata, umiliata e privata di possibilità di scegliere chi essere e come vivere.
A trent’anni dalla storica Conferenza di Pechino sui diritti delle donne, sono senza dubbio stati fatti tanti passi in avanti. Rispetto al passato, in diversi contesti le donne possono votare, possono partecipare alla vita pubblica, possono decidere del proprio corpo.
Ma i diritti delle donne non avanzano sempre allo stesso ritmo: ci sono aree del mondo dove addirittura stanno arretrando, dove c’è una chiara, sistematica, costante repressione dei diritti umani. Pensiamo all’Afghanistan, terra in cui i Talebani hanno istituito un sistema di “apartheid di genere”, escludendo le donne da istruzione superiore, dal lavoro, dalla vita pubblica. Oppure pensiamo all’Iran, dove le donne subiscono costantemente il controllo della cosiddetta “polizia morale” sull’obbligo del velo, nonostante il movimento “Donne, vita, libertà.”
Era infatti il 16 settembre 2022 quando Masha Amini, una giovane donna iraniana, moriva per mano della polizia morale a Teheran con l’accusa di portare l’hijab in modo scorretto, lasciando fuoriuscire una ciocca di capelli. Da qui una spirale di proteste che ha coinvolto non solo le donne, ma una società intera.
In Iran, con la presa del potere da parte dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ebbe inizio la repressione ai danni delle donne: il 28 febbraio del ’79 tutti i tornei sportivi femminili vennero annullati, con una conseguente limitazione della partecipazione femminile al mondo sportivo; il 2 marzo venne vietato alle ragazze di frequentare la facoltà di giurisprudenza, con una successiva privazione delle giudici del loro incarico; il 7 marzo, infine, l’ayatollah annunciò l’obbligo di indossare il velo per tutte coloro che fossero uscite di casa.
Oltre all’obbligo dell’hijab, le donne e le ragazze iraniane devono rispettare alcune regole fondamentali tutt’oggi. Non hanno diritto di cantare, non possono viaggiare da sole all’estero. Possono indossare i jeans senza che siano aderenti, così come le gonne, fino alla caviglia.
Nonostante ciò parliamo di una terra dove il tasso di alfabetizzazione è altissimo, dove tante donne sono laureate, istruite, con incarichi importanti. Ma hanno comunque meno diritti degli uomini. Il motivo? Sono donne, semplicemente. Il loro corpo? È un terreno di controllo: ispezionato politicamente; giudicato socialmente; punito culturalmente.
La Giornata Internazionale della Donna dev’essere dunque un modo per prendere coscienza, per acquisire consapevolezza, non per ricordare ciò che è stato conquistato, ma per denunciare ciò che è ancora negato. Dietro ogni parola come “discriminazione”, “umiliazione”, “marginalizzazione”, c’è una vita vera, c’è una ragazza che non può scegliere, perché una voce costretta dal silenzio e al silenzio.
Perché i diritti delle donne sono i diritti di tutti, sono il metro con cui misurare la civiltà di una società che ha ancora molto da fare, ma che non può cedere all’inerzia né arrendersi.
L’8 marzo non è solo una data sul calendario, ma una responsabilità quotidiana, di tutti!



















