Due distinte citazioni, otto persone citate a giudizio in tutto, per un’ipotesi di danno erariale stimato in complessivi 23,5 milioni di euro. Comincerà il 10 novembre 2026, presso la Corte dei conti della Campania, il processo per la gestione della Ctp. La storica azienda di trasporto pubblico su gomma dell’area metropolitana di Napoli è fallita nel 2022. La notizia è stata annunciata in una conferenza stampa alla Procura regionale. A parlare, il procuratore regionale Giacinto Dammicco (al centro in foto) e i titolari dell’indagine: i viceprocuratori generali Ferruccio Capalbo (terzo da sinistra) , Davide Vitale (secondo) e Raffaella Miranda (quarta). Tra gli amministratori citati a giudizio c’è l’ex sindaco Luigi de Magistris.
Al centro dell’indagine, le ricapitalizzazioni dell’azienda di trasporto. Al netto delle prescrizioni, la Procura contesta come illecita quella del 2019. Perciò devono rispondere del danno erariale di 11 milioni di euro, avvinti dal vincolo della solidarietà ed a titolo di dolo eventuale: Luigi de Magistris (nella qualità di Sindaco della Città Metropolitana dal 01/01/2015 al 18/10/2021, nella misura pari al 25%); Giuseppe Cirillo (Consigliere della Città Metropolitana dal 10/10/2016 a tutt’oggi di e consigliere delegato ai trasporti dal 30/03/2017 al 16/10/2020, nella misura pari al 15%); Elpidio Capasso: (Consigliere della Città Metropolitana dal 12/10/2014 al 25/10/2021, e Consigliere delegato alle società partecipate dal 12/08/2015 al 18/10/2021, nella misura pari al 15%); Carmela Miele (Dirigente della Direzione Partecipazioni e Controllo Analogo dell’Area Servizi Finanziari della Città Metropolitana e Dirigente Coordinatore dell’Area Servizi Finanziari – Direzione Programmazione Finanziaria e Bilancio dal 26/10/2012 al 10/06/2021, nella misura pari al 25%); Antonio Meola (segretario Generale della Città Metropolitana dal 04/05/2015 a tutt’oggi, nella misura pari al 20%).
Nel caso della ricapitalizzazione 2017, gli inquirenti invece contestano l’omessa segnalazione della vicenda di danno, la quale avrebbe causato la prescrizione della posta di danno da 12,5 milioni. Di questo rispondono, avvinti dal vincolo della solidarietà e sempre a titolo di dolo eventuale: Carmela Miele (nella misura pari al 25%); Antonio Meola (nella misura pari al 25% ); Michelina Bruno (componente del collegio dei revisori dei conti della Città metropolitana di Napoli dal 01/06/2016 al 05/08/2019; nella misura pari al 10%); Antonio Luongo di Calvi (componente del collegio dei revisori dei conti della Città metropolitana di Napoli dal 01/06/2016 al 05/08/2019, nella misura pari al 10%); Giuseppe Cozzolino (capo di gabinetto della Città metropolitana dal 18/05/2015 al 31/03/2017 e direttore generale della Città metropolitana dal 01/04/2017 al 25/10/2021, nella misura pari al 20%).
I risultati di esercizio della Ctp, “partecipata, dall’anno 2008, al 100% dalla provincia di Napoli, cui è poi succeduto l’ente Città metropolitana di Napoli – si legge nell’atto -, sono stati” in perdita “per ben oltre un decennio, fino al fallimento”. Tuttavia la storia inizia prima. “I soccorsi finanziari in parola partono dall’anno 2003 e – spiegano le carte – sono stati reiterati sistematicamente ogni anno, talvolta anche in misura di due o tre erogazioni all’anno, fino a tutto il 2020, per quasi venti anni, con bilanci strutturalmente e sistematicamente in perdita già a partire dall’anno 2006, in assenza dei presupposti di legge, non essendosi mai comprovate chance reali di riequilibrio, come testimoniato, sia dagli esercizi strutturalmente in perdita per oltre 20 anni, nonostante le ricapitalizzazioni, sia dall’inevitabile epilogo del fallimento!”.
Davanti ai cronisti, il procuratore Dammicco sottolinea la “fuoriuscita di denaro pubblico che non ha prodotto nessun vantaggio per la ricapitalizzazione, cioè il soccorso finanziario, nei confronti” della società partecipata. Dammicco punta anche il dito contro l’assenza di un “piano industriale che consentisse a questa società di poter avere un funzionamento corretto”. La contestazione per danno erariale, inoltre, riguarda soltanto “le quote che non sono prescritte e che sono riferite ad anni che non potevano consentire di giustificare ulteriori erogazioni”. Secondo Capalbo, il nodo centrale dell’inchiesta sono proprio le reiterate ricapitalizzazioni, andate avanti anche “quando ormai non c’era più nessuna speranza di risolvere la situazione”. Il vice procuratore generale sostiene come “al momento delle ricapitalizzazioni contestate, la società garantisse un servizio inferiore di oltre il 50% rispetto ai chilometri previsti e finanziati dalla Città Metropolitana”. Contestato inoltre il mancato rinnovo del parco autobus, nonostante ulteriori contributi pubblici destinati a tale finalità. Vitale analizza la “comprensibile domanda sulla utilità della contestata scelta a salvare posti di lavoro”. Secondo il vice procuratore generale “occorre attentamente replicare che si tratta di erronea se non cartolare impostazione – o meglio alibi – considerato che i posti di lavoro si salvano solo allorquando si stabilizzano mentre in tali evenienze – con il soccorso illecito e cioè con la ricapitalizzazione in assenza dei presupposti logici e tecnici -piano industriale su tutti – veniva spostato il problema del personale solo ed esclusivamente di un anno in avanti”. Vitale ricorda: “Le regole di finanza pubblica, infatti, utili a sostenere un legittimo ed utile ricorso al soccorso finanziario/ricapitalizzazione – e ovviamente la loro osservanza – servono proprio a garantire che quelle risorse – disposte dall’ente pubblico unico azionista – perseguano concretamente l’interesse pubblico, facendo rientrare la società partecipata in bonis, e così effettivamente preservando – come infatti non accaduto – posti di lavoro e una efficace gestione del primario servizio pubblico demandato”.




















