Un amore smisurato per la fotografia, un’esperienza che lo ha portato a misurarsi in scenari nei quali era difficile muoversi ma, allo stesso tempo, era importante farlo per testimoniare comunque realtà che, altrimenti, sarebbe difficile farlo.
Il tutto imbracciando una macchina fotografica, con la speranza di immortalare il momento e l’esigenza che sia quello giusto. E farlo su uno scenario di guerra ha una complessità assoluta, oltre al grande grado di rischio.
E’ la storia di Ernesto Pietrantonio, una vita a caccia della fotografia con la consapevolezza che la più bella è sempre quella che deve essere ancora fatta. Una chiacchierata con lo scenario della Chiesa di Santa Sofia come sfondo, per provare a capire com’è nata questa passione e, soprattutto, le difficoltà da affrontare per portare avanti questa passione in un mondo che corre di pari passo con l’evoluzione della tecnologia.
“Oggi si fanno tantissime fotografie – ha commentato Ernesto Pietrantonio – e altrettante se ne perdono in rete, dato l’alto flusso di scatto, specie coi cellulari. Si è persa la pazienza di aspettare il momento adatto, la curiosità di osservare”.
Ed è da questa che nasce il progetto di Pietrantonio: il ritorno all’analogico.
“E’ un’idea soprattutto per avvicinare i ragazzi alla fotografia. Il ritorno all’analogico significa prendersi tempo, osservare perchè c’è da trovare il momento e la foto giusta col rischio di non portare a casa il risultato”.



















