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Quando il Calore si copre di schiuma, compaiono pesci morti e i cittadini chiedono spiegazioni, Clemente Mastella ricorda che la responsabilità dei fiumi appartiene alla Regione e ad altri enti.

Quando, invece, bisogna decidere il futuro del servizio idrico integrato del Sannio, quella stessa dimensione regionale improvvisamente scompare. Non c’è più la Regione con la sua scelta per la grande adduzione pubblica. Non c’è Napoli con ABC. Non c’è Alto Calore. Non esiste una rete di soggetti pubblici da mettere insieme. Esiste soltanto la presunta inevitabilità del socio privato. È in questa contraddizione che emerge tutta la debolezza della politica di Mastella sull’acqua.

Sul Calore allarga le competenze per restringere le proprie responsabilità. Sul servizio idrico restringe la visione per giustificare l’ingresso del privato. Eppure si tratta dello stesso ciclo.

L’acqua non è soltanto quella che arriva ai rubinetti. È captazione, grande adduzione, distribuzione, fognatura, depurazione e restituzione all’ambiente. È il rapporto tra le reti e i fiumi. È il sistema che dovrebbe impedire che inefficienze, scarichi e omissioni si manifestino alla fine sotto forma di schiuma, miasmi e moria di pesci.
Naturalmente non si può attribuire a Mastella, senza accertamenti, la responsabilità dell’inquinamento del Calore. Ma gli si può chiedere quale idea abbia del governo dell’acqua.

Perché finora, ogni volta che l’acqua diventa una questione politica, Mastella sembra scegliere la strada della deresponsabilizzazione o quella della delega.
Se il problema è il fiume, la responsabilità è di altri.
Se il problema è costruire un gestore pubblico forte, le competenze non esistono.
Se occorrono capacità industriale e investimenti, bisogna cercarli nel privato.
È difficile non concludere che, politicamente, l’acqua non sia proprio cosa sua.
La contraddizione appare ancora più evidente osservando ciò che accade nel resto della Campania.

La Regione ha scelto di mantenere pubblica la grande adduzione, cioè l’infrastruttura strategica che porta l’acqua dai luoghi di captazione ai diversi territori.
Gaetano Manfredi ha deciso di rafforzare ABC, trasformandola in una struttura pubblica più solida, capace di programmare investimenti e di collaborare con altri enti locali. Il nuovo Statuto ne blinda la natura interamente pubblica ed esclude l’ingresso dei privati.
Manfredi non ha negato i problemi del pubblico. Ha deciso di affrontarli rafforzandolo.
Non ha detto che, per essere efficiente, ABC dovesse essere consegnata a un operatore industriale privato. Ha scelto di trattenere nel pubblico il capitale, le competenze e il potere di decisione. Questa è una scelta politica.

È una visione che guarda oltre la durata di un mandato e prova a costruire uno strumento destinato a rimanere alla città e alla regione.
E non si tratta di un’ipotesi astratta. A pochi chilometri dalla Campania esiste già un modello regionale che dimostra come una gestione industriale, unitaria e interamente pubblica sia possibile.

Acquedotto Pugliese è una società pubblica in house che gestisce il servizio idrico integrato nell’intero Ambito territoriale ottimale della Puglia. Serve oltre quattro milioni di cittadini e svolge in forma integrata approvvigionamento, distribuzione, fognatura e depurazione. Alla fine del 2025 la Regione Puglia, fino ad allora proprietaria del cento per cento delle azioni, ha trasferito le quote ai Comuni, affidando agli enti locali gli indirizzi strategici e il controllo della società.

La Puglia non ha risposto alla complessità del proprio sistema idrico frammentandolo o cercando nel privato il soggetto capace di governarlo. Ha costruito un grande gestore pubblico regionale, ha riunito le competenze e ha affidato ai Comuni il compito di determinarne la direzione.

È precisamente ciò che la Campania dovrebbe avere il coraggio di immaginare.
Un sistema nel quale la Regione governi pubblicamente la grande adduzione, ABC metta a disposizione la propria capacità industriale, Alto Calore e gli altri gestori pubblici conferiscano competenze e conoscenza dei territori, e i Comuni esercitino insieme il controllo sul servizio.

Il modello pugliese non può essere copiato meccanicamente. La Campania ha una storia istituzionale e una frammentazione gestionale diverse. Ma dimostra che la scala regionale non è incompatibile con la proprietà pubblica, né con il protagonismo dei Comuni.
Dimostra, soprattutto, che l’alternativa non è tra una gestione comunale debole e una grande impresa privata.

Può esistere una grande impresa pubblica regionale.
Nel Sannio, invece, la frammentazione esistente è stata utilizzata per sostenere la tesi opposta: il pubblico non sarebbe in grado di gestire e avrebbe quindi bisogno di un socio privato operativo. Ma le competenze pubbliche esistono.

Trentuno Comuni sanniti sono soci di Alto Calore. Altri Comuni gestiscono ancora direttamente il servizio in economia. Nei municipi, nelle società pubbliche e nei gestori territoriali esistono tecnici, operai, conoscenza delle sorgenti, degli impianti e delle reti.
Sono esperienze frammentate, spesso indebolite e certamente da riorganizzare. Ma proprio questo avrebbe dovuto essere il compito della politica: metterle insieme.
Mastella avrebbe potuto chiedere alla Regione di accompagnare la costruzione di un nuovo soggetto interamente pubblico. Avrebbe potuto confrontarsi con Manfredi e verificare una collaborazione industriale con ABC.

Avrebbe potuto coinvolgere Alto Calore, i Comuni sanniti e le loro strutture tecniche.
Avrebbe potuto costruire un sistema nel quale le competenze pubbliche esistenti fossero raccolte, rafforzate e trasmesse alle nuove generazioni di lavoratori.
Invece si è preferito sostenere che quelle competenze non fossero sufficienti e che soltanto un grande operatore privato potesse garantire il servizio. È qui che la scelta diventa miope.
Perché affidare al socio privato le capacità operative non risolve soltanto un problema immediato. Crea una dipendenza destinata a durare decenni.

Il sapere industriale, le tecnologie, la progettazione e l’organizzazione finiscono per concentrarsi nel soggetto privato. Il pubblico conserva la maggioranza formale delle quote, ma rischia di perdere progressivamente la capacità sostanziale di dirigere e controllare il servizio. È una rinuncia alla costruzione di autonomia pubblica.

Ed è anche la dimostrazione di quanto sia fragile il “campo largo” tanto evocato da Mastella. Il campo largo sembra funzionare quando si tratta di costruire coalizioni, distribuire candidature e assegnare incarichi. Diventa molto meno largo quando dovrebbe produrre una vera politica regionale.

Sull’acqua il campo largo esisterebbe già, almeno in potenza.
C’è la Regione che vuole mantenere pubblica la grande adduzione.
C’è Napoli che rafforza ABC e ne esclude la privatizzazione.
C’è Alto Calore con trentuno Comuni sanniti soci e un patrimonio tecnico da salvaguardare.
Ci sono i Comuni che conoscono direttamente le proprie reti.
E c’è, appena oltre il confine regionale, l’esempio pugliese: un grande gestore pubblico, una dimensione regionale e i Comuni chiamati a esercitare insieme il governo dell’acqua.
Manca soltanto la volontà di mettere insieme questi soggetti.
Questo sarebbe il vero campo largo: non un tavolo tra partiti, ma un’alleanza tra istituzioni pubbliche.

Non la distribuzione di qualche poltrona, ma la costruzione di una capacità regionale.
Non una formula elettorale, ma un progetto industriale e democratico sul bene più essenziale.
Mastella considera Manfredi un amico e un alleato. Ma a cosa serve un’alleanza se non diventa confronto sulle scelte fondamentali?
Perché non prendere spunto da Napoli?
Perché non guardare a ciò che la Puglia è riuscita a costruire?
Perché non chiedere ad ABC di mettere a disposizione le proprie competenze?
Perché non rafforzare l’asse con la Regione proprio mentre la Regione sceglie il pubblico per la grande adduzione?

Perché continuare a insistere su un modello misto mentre intorno al Sannio si stanno creando le condizioni per una politica dell’acqua interamente pubblica?
Sono domande alle quali Mastella dovrebbe rispondere.
Non basta dire che il Comune non ha competenza sul fiume quando il Calore mostra i segni di una possibile contaminazione. E non basta invocare l’incapacità del pubblico quando bisogna giustificare l’ingresso del privato nel servizio idrico.
Chi governa deve costruire relazioni, coordinare gli enti e assumere un’iniziativa politica anche quando le competenze amministrative sono distribuite tra istituzioni diverse.
Altrimenti il campo largo resta soltanto una formula buona per le elezioni.
La vicenda del Calore rende ancora più evidente il limite della politica mastelliana. L’acqua attraversa territori e confini amministrativi. Richiede cooperazione, programmazione, prevenzione e controllo. Richiede esattamente quella visione regionale che Mastella rivendica nelle alleanze ma abbandona nelle scelte.
Manfredi rafforza il pubblico.

La Regione prova a mantenere pubblica l’infrastruttura principale.
La Puglia dimostra che un grande servizio idrico regionale può essere pubblico, industrialmente strutturato e governato dagli enti locali.
Mastella sceglie il privato e, davanti al Calore, indica le competenze degli altri.
Fa acqua da tutte le parti: nella visione, nel metodo e nella capacità di costruire un futuro pubblico per il Sannio.
E alla fine resta una domanda.
Non quale alleanza voglia costruire Mastella per la prossima elezione.
Ma per quale scelta sull’acqua voglia essere ricordato.

Lucio Ferella