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Una perizia estimativa ne fissava il valore a 17,2 milioni di euro. Il prezzo a base d’asta, nel 2021, era di 13,2 milioni. Ma alla fine è stato venduto per 1,2 milioni ad una multinazionale farmaceutica, dopo 11 aste consecutive. Parliamo dell’ex convitto Pontano alla Conocchia, oltre 15mila metri quadri coperti e 60mila di parco, nel cuore del Rione Sanità. Racchiude quattro secoli di storia napoletana, tra splendori e miserie. Si tratta di un bene vincolato, venduto alla sezione fallimentare dal Tribunale di Napoli Nord. Apparteneva ad una società immobiliare, finita in liquidazione giudiziale anni fa.

A causare la girandola di ribassi, fino al prezzo finale, probabilmente ha contributo lo stato dei luoghi. Per riqualificare la Conocchia occorrerebbero ingenti risorse. Ma adesso c’è chi si ribella a tutto ciò. E parte l’appello al ministero della Cultura, affinché eserciti il diritto di prelazione, riacquistando l’immobile. Una facoltà ammessa dal Codice dei beni culturali.Un altro pezzo di storia di Napoli svenduto nel silenzio generale” denuncia Potere al Popolo, la prima sigla a sollevare il caso. “Ci sono due mesi di tempo per il Ministero della Cultura per esercitare il diritto di prelazione allo stesso prezzo”, fanno notare gli attivisti. Ma Potere al Popolo, d’altro canto, stigmatizza il “silenzio totale del Comune di Napoli e della Terza municipalità”.

“Quando si tratta di finanziare la vetrina dei grandi eventi – sostiene Pap -, le risorse pubbliche si trovano sempre”. Viceversa, se le istituzioni non agissero ora, confermerebbero “per l’ennesima volta che i quartieri di Napoli valgono meno dei profitti delle multinazionali”. Certo, servirebbe un investimento per recuperare la Conocchia. Ma potrebbe esserci un’utilità pubblica. Senza contare, ovviamente, la tutela di un bene storico. “Questa struttura – affermano gli attivisti – potrebbe ospitare istituti scolastici, residenze sanitarie pubbliche di lunga degenza, spazi per le associazioni volte a inclusione sociale e lotta alla violenza, sedi istituzionali, ma si preferisce l’indifferenza e regalarla a privati”. L’appello ora è lanciato, ma il tempo scorre.

LA STORIA DELLA CONOCCHIA

L’edificio fu costruito dalla Compagnia di Gesù nel XVIII secolo in una zona nota come “la Conocchia alla Sanità”, così detta causa di un colombario di età romana chiamato “Mausoleo della Conocchia”, per la sua forma conica. Nel 1649, l’originaria casa colonica fu trasformata in una dimora estiva e di esercizi spirituali per i giovani gesuiti. Mantenne questa funzione fino al 1767, anno in cui il re Carlo III di Spagna decretò l’espulsione dell’ordine dal Regno di Napoli. Restituito ai Gesuiti nel 1804, l’immobile ne condivise le travagliate vicende – inclusa una breve parentesi sotto la gestione dei monaci certosini – fino al definitivo ritorno alla Compagnia di Gesù.

Nel 1884, la struttura venne temporaneamente adibita a lazzaretto durante la violenta epidemia di colera che provocò settemila vittime in città; fu proprio in quell’occasione che il re Umberto I, giunto a Napoli per confortare la popolazione, incontrò il cardinale Guglielmo Sanfelice. Due anni più tardi, nel 1886, l’antica casa di esercizi fu convertita in convitto da padre Nicola Valente e inaugurata con la benedizione solenne dello stesso cardinale Sanfelice. Nel corso del Novecento la struttura fu ulteriormente ampliata con l’edificazione, nel 1932, di un’ala simmetrica a quella storica. Cessata l’attività del convitto nel 1958, passò tra i beni di proprietà della provincia di Napoli, diventando sede dell’istituto tecnico industriale Francesco Giordani. Una funzione mantenuta fino a quando, negli anni Ottanta, l’istituto fu trasferito nel quartiere di Fuorigrotta, e l’edificio fu definitivamente abbandonato.

RICONVERSIONE

Nei primi anni Duemila una società immobiliare acquistò il monumentale compendio, con l’obiettivo di ristrutturarlo e riconvertirlo. La srl entrò però in grave crisi finanziaria, culminata nella dichiarazione di fallimento presso il Tribunale di Napoli Nord. Il complesso della Conocchia venne così pignorato e inserito nel lotto fallimentare per ripianare i debiti dei creditori. Il bene è stato messo in vendita tramite il Portale delle Vendite Pubbliche, con una base d’asta iniziale imponente (superiore ai 13 milioni di euro nel 2021), e dopo 11 aste consecutive andate deserte, adesso è stato aggiudicato da una società farmaceutica di Roma.