Le scie colorate delle Frecce Tricolori hanno conquistato occhi, telefoni e prime pagine. Eppure, quasi in silenzio, domenica a Salerno si è svolta, per il 18esino anno, la festa dei Popoli, l’evento promosso dall’Arcidiocesi di Salerno capace di mettere insieme culture, tradizioni e religioni diverse in un momento storico in cui il mondo sembra sempre più segnato da divisioni, conflitti e contrapposizioni.Sotto l’abile regia di Antonio Bonifacio, direttore dell’ufficio Migrantes, la Festa dei Popoli ha offerto l’immagine di una città dal volto cosmopolita.
Ad aprire la sfilata non è stata una bandiera nazionale, ma la bandiera della pace, seguita dai vessilli delle oltre venti comunità presenti sul territorio salernitano: dall’Honduras al Venezuela, dalla Cina alle Filippine, dalla Romania alla Polonia, dalla Nigeria all’Algeria ed anche la Palestina. Donne, uomini e bambini hanno ballato, cantato e festeggiato insieme, condividendo culture differenti in un clima di autentica convivenza. Un’iniziativa che avrebbe meritato ben altra attenzione da parte della città. Perché è qui che il titolo di “Città dell’accoglienza”, di cui Salerno ama fregiarsi, smette di essere una semplice definizione e diventa una realtà concreta.
Qui c’è una Salerno che pochi conoscono e che raramente conquista la ribalta: quella che integra, accoglie e costruisce relazioni.”Generazioni in movimento” era il tema scelto per questa edizione. Un titolo che ha trovato piena espressione nella presenza sul palco e lungo il corteo di tanti bambini e ragazzi, nuove generazioni di salernitani che rappresentano il volto futuro della città. Ma il significato è ancora più profondo. Il movimento evocato dal tema non riguarda soltanto il passaggio tra generazioni, ma la necessità di compiere un ulteriore passo avanti: passare dall’integrazione all’interazione. Non basta esserci, non basta convivere nello stesso spazio urbano. Occorre incontrarsi, confrontarsi, costruire percorsi comuni, camminare insieme.
Lo hanno raccontato simbolicamente proprio quelle bandiere che hanno sfilato una accanto all’altra, senza gerarchie e senza distanze. Un’immagine semplice ma potente, forse molto più significativa delle acrobazie che hanno riempito il cielo. Perché mentre per qualche minuto tutti hanno alzato gli occhi verso l’alto, a terra c’era una Salerno che mostrava il suo volto migliore: una comunità capace di trasformare le differenze in ricchezza e di dimostrare che la convivenza pacifica non è un’utopia, ma un fatto. E forse è questa la notizia che avrebbe meritato di lasciare la scia più lunga.


















