Domenica 4 ottobre i sette Paesi dell’Opec+ che da anni decidono gli aggiustamenti mensili dell’offerta, cioè Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, si sono riuniti in videoconferenza e hanno deciso di mantenere anche per novembre i livelli di produzione richiesti a settembre. È il secondo mese consecutivo senza aumenti, dopo che il 6 settembre lo stesso gruppo aveva congelato le quote di ottobre. La prossima riunione è fissata per il 1° novembre. Una decisione che in altri anni avrebbe mosso i mercati per giorni, questa volta è passata quasi inosservata. Il motivo dice molto su come funziona il mercato del petrolio nel 2026.
Un cartello che produce sotto le sue quote
Il punto di partenza è semplice: le quote decise a Vienna contano poco se i Paesi non riescono a produrre quanto stabilito. Dal conflitto con l’Iran, iniziato a fine febbraio, i Paesi del Golfo hanno dovuto ridurre l’estrazione perché il petrolio non riesce a uscire dallo Stretto di Hormuz o perché impianti e rotte sono stati colpiti. Secondo il rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia pubblicato l’11 settembre, ad agosto la produzione complessiva dell’Opec+ è calata di 1,8 milioni di barili al giorno a 38,8 milioni, e l’offerta saudita è scesa di 2,3 milioni a 6 milioni di barili al giorno, il livello più basso da oltre trent’anni.
Già a inizio settembre l’analista Jorge Leon di Rystad Energy aveva sintetizzato la situazione osservando che il gruppo ha oggi un potere molto limitato sul mercato fisico. In altre parole, il prezzo non dipende da quanto l’Opec+ decide di produrre, ma da quanto petrolio riesce effettivamente a raggiungere i mercati.
Gli Emirati fuori e le quote da riscrivere
A complicare il quadro c’è un cambiamento politico. Gli Emirati Arabi Uniti, che per anni hanno partecipato alle decisioni mensili insieme agli altri sette, hanno lasciato l’Opec a maggio. Il gruppo ristretto ha inoltre un compito tecnico in sospeso: prima di decidere come smaltire l’ultimo strato di tagli ancora in vigore fino alla fine del 2026, deve rivedere le capacità produttive dei membri per fissare le basi di calcolo delle quote del 2027. È un passaggio delicato, perché da quelle basi dipendono i volumi che ciascun Paese potrà vendere quando i flussi dal Golfo torneranno normali.
Ad agosto il gruppo aveva completato l’eliminazione graduale del taglio da 1,65 milioni di barili al giorno deciso nel 2023. La pausa di ottobre e novembre, secondo fonti citate da Reuters già a settembre, era prevedibile proprio in attesa di questa revisione.
Che cosa muove davvero il prezzo
Se non è l’Opec+, a guidare le quotazioni è il flusso di notizie dal Golfo. Nella prima settimana di ottobre il Brent con consegna a dicembre ha superato i 100 dollari, toccando 101,32 dollari il 7 ottobre, ma il 6 ottobre aveva perso quasi il 2% in poche ore sulle indicazioni di maggiori esportazioni dal Medio Oriente. Per chi segue il binomio petrolio prezzo le variabili da tenere d’occhio sono dunque il numero di petroliere che transitano da Hormuz, gli attacchi alle infrastrutture e lo stato dei negoziati tra Washington e Teheran.
A queste si è aggiunta il 9 ottobre una mossa americana sul fronte dei prodotti raffinati: dopo una telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, il Tesoro statunitense ha sospeso per sei mesi le sanzioni sul diesel russo, con l’obiettivo dichiarato di far scendere i prezzi del gasolio. È un segnale che i grandi consumatori cercano di aumentare l’offerta per vie politiche, scavalcando le decisioni dei produttori.
Le scorte come ago della bilancia
C’è poi un fattore meno visibile ma decisivo: le scorte. L’IEA ha calcolato che ad agosto i magazzini mondiali si sono ridotti di 3,1 milioni di barili al giorno, scendendo ai livelli più bassi dal 2023, con un prelievo cumulato di 507 milioni di barili da febbraio. Finché le scorte compensano la mancanza di petrolio dal Golfo, i prezzi restano alti ma senza impennate estreme. Se il blocco dovesse durare oltre la capacità dei magazzini, la situazione potrebbe cambiare rapidamente. L’agenzia prevede che le esportazioni dal Golfo restino intorno al 60% dei livelli prebellici nel quarto trimestre e che la ripresa piena arrivi solo nel 2027, con un aumento dell’offerta mondiale di 8 milioni di barili al giorno.
Le ricadute in Campania
Per le imprese e le famiglie campane la conseguenza più immediata è il prezzo del gasolio, salito sopra quello della benzina. Il 9 ottobre la media nazionale self era di 2,258 euro al litro per il diesel, secondo l’Osservatorio del ministero delle Imprese. Il tema è già esploso nelle campagne, dove le proteste degli agricoltori contro il caro gasolio si sono estese nelle ultime settimane anche all’Irpinia. Pesa anche sulla logistica di una regione che vive di porti, come Napoli e Salerno, e di trasporto su gomma verso il resto d’Italia.
Il prossimo appuntamento dell’Opec+, il 1° novembre, servirà soprattutto a capire se il gruppo è pronto a discutere le nuove quote per il 2027. Fino ad allora, per capire dove va il barile conviene guardare più alle rotte delle petroliere che alle decisioni di Vienna.


















