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“Un ragazzo deve rispondere delle proprie azioni, ma una comunità deve chiedersi che cosa può fare perché la violenza non diventi il suo linguaggio. Non possiamo promettere che nessuno sbaglierà. Possiamo scegliere di non lasciare solo nessuno, di non scambiare la fermezza per abbandono, di non considerare perduto chi ha ancora tutta la vita davanti I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi”.
 
Lo scrive in una lunga lettera l’arcivescovo di Napoli, card. Domenico Battaglia, commentando i recenti fatti di Napoli e Roma che hanno visto protagonisti minori.   
 
“Accanto alla giustizia servono accompagnamento, prevenzione, sostegno alle famiglie, investimenti in scuole, sport, servizi e luoghi di aggregazione. Serve la volontà di lavorare per risultati che – aggiunge – non si vedranno domani e che forse non porteranno consensi immediati. Possiamo “tirare a campare”, come si dice a Napoli: indignarci per qualche giorno, chiedere pene più severe e aspettare la prossima notizia. Oppure possiamo fare nostro l’invito di don Lorenzo Milani: I care, mi sta a cuore”.
 
“Forse, se c’è una cosa che tutti siamo chiamati a fare, oggi più che mai, è smettere di domandarci soltanto che cosa non va nei nostri ragazzi e cominciare a chiederci che cosa possiamo cambiare in noi”, rilancia l’arcivescovo.
 
Per il cardinale Battaglia “i I ragazzi non cercano adulti perfetti, cercano adulti presenti, che vivano ciò che chiedono a parole. Il loro futuro non si può rinviare a domani: è una responsabilità che ci viene affidata oggi”.    
 
“Mi sta a cuore il ragazzo che ha fatto del male e deve imparare a risponderne. Mi sta a cuore la persona ferita e il dolore della sua famiglia. Mi sta a cuore chi assiste a una violenza e non trova il coraggio di fermarla, magari nascondendosi dietro lo smartphone. Mi stanno a cuore il genitore che non sa più come parlare con un figlio, l’insegnante che si sente solo, l’educatore che continua a esserci anche quando sembra inutile.
 
Mi sta a cuore chi cresce in una periferia senza opportunità e chi vive in una casa piena di cose ma povera di relazioni. Mi sta a cuore una politica che non si limita a promettere ordine, ma costruisce le condizioni della convivenza, e una città in cui nessun ragazzo debba conquistarsi un posto nel mondo facendo del male a qualcuno”, dice. 
 
“Il Patto Educativo, che ho lanciato con convinzione qualche anno fa e a cui le istituzioni hanno risposto ciascuna a modo suo, deve diventare prima di tutto un patto tra adulti e per gli adulti. Nessuno educa da solo. Non si può scaricare tutto sulle famiglie, né chiedere alla scuola di curare ogni ferita, né contare sugli educatori senza dare loro strumenti e risorse. Servono alleanze vere tra istituzioni, scuole, famiglie, associazioni e comunità ecclesiali. Servono luoghi dove i ragazzi possano stare, crescere, sbagliare e ricominciare. Servono adulti che si accorgano di una solitudine prima che diventi rabbia e di una fragilità prima che esploda in violenza”, ammonisce l’arcivescovo.
 
“La prevenzione comincia ben prima di una rissa: quando un ragazzo trova qualcuno disposto ad ascoltarlo, quando una famiglia può chiedere aiuto senza sentirsi giudicata, quando – conclude – una scuola non è lasciata sola, quando un quartiere offre occasioni sane e sicure per stare insieme”.