Tempo di lettura: 2 minuti

La prima giornalista napoletana Matilde Serao, sulle pagine del quotidiano Il Giorno il primo novembre 1904, descriveva il risveglio della città invasa dal frastuono dei bambini. Quelle righe divennero l’ incipit per raccontare il tradizionale culto dei morti nato a Napoli. Oggi le parole di Serao ci fanno comprendere che l’attuale Dolce o scherzetto che crediamo di importare dall’America non è altro che l’evoluzione del culto napoletano dei morti, nei primi del Novecento. La cronaca giornalistica, dunque, ci dice che Halloween sia nato proprio tra i vicoli di Napoli.

La Serao raccontava che “la mattina di Ognissanti, a Dio piacendo, la città si sarebbe svegliata con un’orchestrina originale di strumenti non molto melodiosi ma sufficientemente assordanti, formata da centomila scatolette di cartone debitamente segnate con il teschio tradizionale e le immancabili ossa incrociate”. Erano le “cascettelle” oppure “tavutiello”, piccole scatole di cartone o legno a forma di bara nera, costruite dai bambini stessi. Le agitavano per i vicoli, facendo rumore e chiedendo un’offerta. E cantilenavano in napoletano la formula che ancora oggi alcuni ricordano, che invitava a fare del bene per le anime dei morti e chiedeva cosa ci fosse nelle tasche, se passere e fichi secchi da offrire.

Passere e fichi secchi, cicci di grano bollito con melograno o cioccolato, monetine per comprare il torrone dei morti. Una vera questua sacra che serviva per pagare le messe per le “anime pezzentelle” del Purgatorio. L’usanza è documentata già in una poesia del 1875 di Domenico Iaccarino e poi ripresa da Giuseppe Marotta nel 1947 ne L’oro di Napoli e da Eduardo De Filippo in Filumena Marturano. È rimasta viva fino alla metà degli anni ’70.Gli adulti, nello stesso giorno, adottavano i teschi anonimi delle Fontanelle alla Sanità, ( da qui il celebre cimitero) chiamate “le capuzzelle”, di cui le donne si prendevano cura per chiedere grazie e protezione. Insomma, altro che America. Il rapporto intimo con la morte, tra gioco e sacralità, l’abbiamo inventato, costruito e tramandato noi a Napoli.