Per generazioni di avellinesi l’ospedale Capone è stato il luogo della prima fotografia, del primo pianto, del primo incontro con i propri genitori. Tra quelle mura sono nati migliaia di bambini, oggi diventati adulti, padri, madri e nonni. Un edificio che per decenni ha accompagnato la vita delle famiglie irpine e che oggi resta inutilizzato, senza una prospettiva chiara sul proprio futuro.
A oltre vent’anni dalla chiusura, l’ex ospedale della Ferriera continua a rappresentare una delle questioni irrisolte del patrimonio immobiliare cittadino. Un tempo punto di riferimento per la maternità e l’assistenza sanitaria, oggi la struttura restituisce un’immagine ben diversa da quella custodita nei ricordi di tanti avellinesi. Il trascorrere degli anni e l’assenza di una nuova destinazione hanno lasciato spazio al degrado, mentre resta da chiarire quali interventi siano stati programmati per la tutela e il recupero dell’immobile.
A oltre vent’anni dalla chiusura, l’ex ospedale della Ferriera continua a fare i conti con il degrado e l’abbandono. Nel corso degli anni la struttura è stata anche teatro di raid e incursioni, episodi che hanno contribuito ad alimentare le preoccupazioni sulle condizioni di sicurezza dell’immobile. Resta inoltre il rischio che i locali possano essere utilizzati come riparo di fortuna da persone senza dimora. Un quadro che rende ancora più urgente una riflessione sul futuro dell’edificio, mentre continuano a mancare risposte concrete sulla sua destinazione.
La storia sanitaria del Capone si è conclusa nel 2005, con il trasferimento del Dipartimento Materno-Infantile nella nuova Città Ospedaliera di contrada Amoretta. Da allora la struttura è rimasta fuori dall’organizzazione sanitaria cittadina, mentre il sistema ospedaliero ha completato il proprio trasferimento nella nuova sede del San Giuseppe Moscati.
Il destino dell’ex Capone torna oggi d’attualità anche alla luce della riapertura di una parte dell’ex ospedale civile di Viale Italia. Dal primo ottobre, infatti, nei locali di via Cristoforo Colombo è entrata in funzione la Casa di Comunità, nell’ambito del programma di potenziamento dell’assistenza sanitaria territoriale finanziato attraverso il PNRR. Un intervento che ha restituito una funzione pubblica a un complesso rimasto inutilizzato per anni e che prevede ulteriori servizi, tra cui l’Ospedale di Comunità.
Due strutture, due storie differenti. Da una parte l’ex Moscati, interessato da un percorso di recupero; dall’altra il Capone, per il quale non emerge ancora una prospettiva altrettanto definita. Un confronto che pone interrogativi sulla gestione degli immobili pubblici dismessi e sulla possibilità di restituirli alla collettività, evitando che il tempo ne comprometta ulteriormente le condizioni.
Eppure, il valore del Capone va ben oltre quello delle sue mura. Qui hanno lavorato generazioni di medici, infermieri e ostetriche. Qui migliaia di famiglie hanno vissuto l’emozione di una nascita, le attese nei corridoi e la gioia di tornare a casa con un bambino tra le braccia. Un patrimonio di ricordi che continua ad appartenere alla città, anche se l’edificio ha ormai perso la funzione per la quale era stato conosciuto.
Ma la memoria, da sola, non basta a conservare una struttura. Servono risposte sulla proprietà, sulle condizioni attuali dell’immobile, sulla sicurezza e sulle eventuali ipotesi di riutilizzo. Soprattutto, occorre capire se esista una volontà concreta di intervenire oppure se il Capone sia destinato a rimanere ancora a lungo una presenza ingombrante nel tessuto urbano.
A oltre due decenni dalla chiusura, la domanda resta dunque la stessa: quale futuro per l’ex ospedale Capone? Mentre una parte della storia sanitaria cittadina torna a vivere attraverso la nuova Casa di Comunità, quella della Ferriera continua ad attendere risposte. Perché un edificio dove sono nate intere generazioni di avellinesi non può essere ricordato soltanto per ciò che è stato, mentre sul suo domani continua a pesare l’incertezza.















