Sono attesi domani, davanti al gip del Tribunale di Roma, i quattro indagati chiave arrestati all’alba in un blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) tra le province di Napoli e Avellino, ritenuti responsabili di aver piazzato una bomba contro il giornalista di Rai 3 Sigfrido Ranucci.
Un’operazione che ha svelato come la base logistica e operativa dell’attentato sia radicata proprio nel cuore dell’Irpinia.
Tre dei quattro presunti componenti del commando gravitano nel Mandamento Baianese: si tratta dei coniugi Pellegrino D’Avino e Marika De Filippi, residenti ad Avella, e di Saverio Mautone, residente a Sperone. Insieme a loro, in manette è finito il 53enne Antonio Passariello, residente a Cicciano, nel Napoletano, soggetto già noto alle forze dell’ordine per reati gravi e ritenuto dagli inquirenti una figura centrale nella pianificazione dell’azione.
Le accuse mosse dalla DDA non lasciano spazio a dubbi sulla gravità del contesto: detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, con l’aggravante pesante di aver agito con modalità mafiose.
Dalle carte dell’inchiesta emerge il quadro inquietante di un commando che avrebbe agito come una vera e propria agenzia di servizi criminali per conto terzi. L’azione dinamitarda sarebbe stata eseguita su commissione, dietro un compenso economico di alcune migliaia di euro e con la garanzia, da parte di entità superiori, di una rete di protezione fatta di schede telefoniche dedicate, fondi di sostentamento e assistenza legale.
Nelle intercettazioni che hanno incastrato il gruppo si respira l’esaltazione criminale per il colpo: «La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia», si vanta uno degli indagati. Salvo poi ammettere la natura mercenaria del raid: «Mi contattò uno… lo sai com’è quando vai a Roma».
Ma è proprio l’ombra dei clan e la certezza di aver alzato troppo il tiro a terrorizzare i vertici del gruppo subito dopo l’esplosione. Dalle intercettazioni della DDA emerge il ruolo di Salvatore Cava, detto “Totore”, figura legata a storici contesti criminali della zona. Cava si sarebbe affrettato a prendere le distanze dall’azione, strigliando duramente uno dei membri del commando.
Il timore era chiaro: l’attentato a un giornalista simbolo della scorta mediatica avrebbe scatenato una reazione investigativa senza precedenti, portando le forze dell’ordine a “blindare” il territorio della Campania. «Sei sott’occhio… si sono presi tutte le telecamere da Roma a scendere giù», diceva uno degli interlocutori, consapevole che il raid avrebbe acceso un faro devastante sugli affari dei clan locali.
Se la manovalanza irpina e i pianificatori logistici hanno ora un nome e un volto, la domanda principale resta ancora senza risposta: chi ha pagato il commando? Chi nell’ombra aveva l’interesse a tappare la bocca al conduttore di Report? Gli interrogatori di garanzia di domani a Roma saranno il primo, fondamentale banco di prova per scardinare il muro di omertà e risalire i piani alti dei mandanti.




















