Ad Avellino il cosiddetto “campo largo” rinasce stanco, e rischia di arrivare alle elezioni amministrative già politicamente commissariato. Prima ancora di misurarsi con il consenso degli elettori, l’alleanza progressista appare infatti dilaniata da divisioni interne, personalismi e visioni inconciliabili sul futuro della città.
In altre parole nulla di diverso rispetto all’ultima tornataa elettorale cittadina quando, non a caso, la coalizione guidata da Antonio Gengaro ha perso.
Le posizioni di Maurizio Petracca, consigliere regionale rieletto, mister preferenze e capogruppo Pd in Consiglio regionale, quelle interne stesse ai dem avellinesi, quelle di Vincenzo Ciampi ex sindaco di Avellino del M5S e a rielezione in Regione mancata, sino alle diverse anime della Sinistra raccontano meglio di qualsiasi sondaggio lo stato di salute di un progetto che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto rappresentare l’alternativa credibile al centrodestra e al civismo che ha consegnato la città prima a Gianluca Festa, poi a Laura Nargi.
Il problema di fondo è che il campo largo avellinese non è mai stato davvero “campo”, né tantomeno “largo”. È rimasto piuttosto un perimetro mobile di sigle, correnti e ambizioni personali, incapaci di riconoscersi in una leadership condivisa e in un programma comune. Il risultato è un gioco di posizionamenti che guarda più agli equilibri interni che ai problemi reali della città.
Petracca, da questo punto di vista, incarna una linea politica che rivendica coerenza e identità, ma che finisce per accentuare le fratture. Lo stesso fa Gengaro, forte della “protezione” della Segretaria nazionale Pd Elly Schlein.
Sul fronte opposto che dovrebbe essere alleato si colloca il M5S, espressione di un’area che punta alla governabilità e all’allargamento delle alleanze, forte anche dell’elezione e Governatore di Roberto Fico, dove fermamente convinto di poter portare sul tavolo i propri nomi per la partita del candidato sindaco. E lo stesso Ciampi, così come il parlamentare e vice presidente nazionale pentastellato, Michele Gubitosa, nelle ultime ore hanno chiarito come il campo largo non debba essere visto come “un obbligo”, laddovè non funzioni.
E poi c’è la sinistra, o meglio le sinistre. Frammentate, diffidenti, spesso più attente a marcare le distanze che a costruire convergenze, appaiono divise tra chi vuole restare dentro il perimetro del campo largo per condizionarlo dall’interno e chi considera l’esperienza già fallita, preferendo percorsi autonomi o di testimonianza. Il rischio, però, è quello di una marginalità politica che finirebbe per regalare ad altri il monopolio della rappresentanza progressista.
Se il progetto non troverà rapidamente una sintesi vera, capace di andare oltre i nomi e le sigle, il rischio è duplice: arrivare alle amministrative divisi e deboli, oppure presentarsi uniti solo formalmente, ma destinati a esplodere al primo passaggio decisivo.




















