La morte di Sergio Marinelli, avvenuta a Mercogliano, ha acceso un acceso dibattito in tutta l’Irpinia, sollevando interrogativi profondi sul rapporto tra memoria collettiva e cultura della legalità.
A suscitare indignazione non è soltanto la scomparsa di una figura legata alla criminalità organizzata degli anni ’80, ma soprattutto il contenuto del manifesto funebre comparso tra Avellino e i comuni limitrofi. Nel messaggio, Marinelli — ex luogotenente della Nuova Camorra Organizzata — viene descritto come un “amatissimo imprenditore”.
Una definizione che ha provocato reazioni dure da parte di cittadini, associazioni e rappresentanti delle istituzioni, che la considerano una distorsione della realtà storica. Per molti, quell’espressione rappresenta un’offesa alla memoria delle vittime della camorra e un segnale preoccupante di come, a distanza di decenni, certi riferimenti criminali possano essere ancora oggetto di narrazioni ambigue o addirittura celebrative.
Il caso riapre così una questione più ampia: il rischio di una memoria “selettiva” che, anziché contribuire alla consapevolezza civile, finisce per attenuare o riscrivere il passato. In un territorio segnato da fenomeni criminali radicati, la difesa della verità storica diventa un elemento fondamentale per promuovere una cultura della legalità solida e condivisa.


















