Tempo di lettura: 2 minuti

C’è un silenzio diverso oggi nel centro storico di Avellino. È quello lasciato da Martino Pascale, il barbiere di via Trinità, figura autentica e profondamente radicata nel tessuto cittadino, scomparso dopo una vita trascorsa tra lavoro, passione e umanità. La sua bottega era molto più di un semplice esercizio commerciale. Era un luogo d’incontro, un piccolo teatro quotidiano dove, tra una rasatura e un taglio di capelli, prendevano vita racconti, battute, versi improvvisati. Martino non si limitava a lavorare: intratteneva, coinvolgeva, faceva sentire ogni cliente parte di qualcosa.

Il suo percorso iniziò negli anni sessanta, quando da ragazzo imparò il mestiere con dedizione e sacrificio. Poi, nel 1969, la scelta di aprire una propria attività. Da quel momento, non ha più lasciato quella sedia, diventata nel tempo simbolo di continuità e tradizione. Chi lo conosceva sa bene che Martino era un uomo d’altri tempi: diretto, genuino, sempre pronto alla battuta. La sua ironia, mai banale, e la sua vena poetica lo rendevano unico. In un’epoca che corre veloce, lui rappresentava una pausa, un ritorno alla semplicità delle relazioni vere.

Negli anni, attorno alla sua figura si è costruito un legame forte con la comunità. Non era raro vedere clienti fermarsi anche senza bisogno di un taglio, solo per scambiare due parole o ascoltare una delle sue storie. La sua scomparsa lascia un segno profondo. Non solo per la lunga carriera, ma per ciò che rappresentava: un punto di riferimento umano prima ancora che professionale. Avellino perde un volto storico, uno di quelli che non hanno bisogno di presentazioni. E mentre la saracinesca della bottega si abbassa per l’ultima volta, resta viva la memoria di un uomo che, con semplicità, è riuscito a diventare parte della storia della sua città.