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“Ascoltare mio padre e mia madre”. È quello che Paolo Spitaletta direbbe oggi al ragazzo che era a 18 anni. Lo racconta a Gabriele Vagnato nel video “Vivo 24 ore dietro le sbarre con i detenuti! – Giorno di Prova”, pubblicato su YouTube. Spitaletta ha 58 anni, ed originario di Tocco Caudio e, mentre ripercorre le scelte che lo hanno portato in carcere, non cerca una spiegazione fuori da sé: “Forse la brutta compagnia sono stato io”.

La conversazione avviene nella serra del carcere di Bollate. Spitaletta accompagna Vagnato nel lavoro con le piante e gli mostra come prendersene cura: ci sono gesti da imparare, indicazioni da seguire, piante da sistemare. Per Spitaletta è anche il punto da cui racconta il proprio presente, dopo una vita segnata dalla detenzione. Parla di 33 anni di carcerazione e dice che il fine pena è previsto nel 2047. Riferisce inoltre di scontare da dieci anni la detenzione attuale. Poi formula il rimpianto che lega la sua vicenda all’esperienza di Bollate: “Se avessi avuto la possibilità di veire prima a Bollate, oggi non mi troverei in carcere”. E sul terzo reato aggiunge: “Sicuramente non l’avrei fatto”. È una convinzione personale, maturata guardando indietro. Spitaletta la collega alle possibilità di lavoro e rieducazione che dice di avere trovato a Bollate. Non sostiene che il carcere possa cancellare quello che è accaduto. “Ho sbagliato, non posso rimediare”, dice nel video. 

La sua storia giudiziaria riporta al 2018. Il 22 maggio Spitaletta, allora 49enne, venne arrestato per la rapina del 10 aprile in un’abitazione di Montesarchio. Durante il colpo l’83enne Giovanni Parente era stato aggredito e picchiato; morì in ospedale alcuni giorni dopo. Spitaletta era già detenuto quando, il 27 febbraio 2019, gli venne notificata una nuova ordinanza cautelare per l’omicidio di Valentino Improta. Secondo la ricostruzione degli inquirenti accolta nei processi, l’omicidio di Improta sarebbe stato legato proprio alla rapina. Il giovane, coinvolto nell’inchiesta, avrebbe minacciato di chiamare in causa i complici se non avesse ricevuto aiuto economico per sé e per la famiglia. Il timore che potesse collaborare con la giustizia sarebbe stato, secondo l’accusa, il movente del delitto. Improta venne attirato sul Taburno con il pretesto di un furto di rame; fu ucciso con due colpi di fucile e il corpo venne trovato carbonizzato nella Fiat Punto della madre, in località Cepino a Tocco Caudio. Per quell’omicidio Spitaletta è stato condannato a 30 anni. La pena si era inizialmente sommata ai 18 anni per la rapina e la morte di Parente; nel 2022 quella complessiva venne rideterminata in 30 anni. 

Una intervista non cambia il passato e non cancella il dolore delle famiglie delle vittime. Offre però spazio alla voce di un detenuto che raramente si ascolta fuori dalle aule giudiziarie: Spitaletta torna al ragazzo di 18 anni, al consiglio dei genitori rimasto inascoltato e alla consapevolezza di essere stato lui, forse, la compagnia sbagliata. Sa di non poter rimediare agli errori commessi e immagina come sarebbe potuta andare se avesse incontrato prima un’esperienza come quella di Bollate. Oggi lavora nella serra e si prende cura delle piante. Quando gli chiedono che cosa gli manchi fuori, risponde con una parola: “Niente”.