Se non fosse il paradosso più grave inflitto alla nostra terra ed ai suoi abitanti ci sarebbe da scomodare la satira di Giovenale. “Quis custodiet ipsos custodes?”. Chi doveva controllare chi stava controllando la gestione dei fondi stanziati per il disinquinamento del fiume Sarno, forse ce lo dirà solo un tribunale. E visto che la salute dei nostri territori è già fuori tempo massimo è urgente fotografare la soluzione con verismo clinico. Per conoscere la verità. Per capire dove e come intervenire.
Il fiume Sarno non è solo il più inquinato d’Italia ma è il fiume per cui sono stati stanziati più fondi da tutta Europa. Un miliardo e centocinquantadue milioni di euro. È questa la cifra stanziata dal 1995 al 2025. Settecento milioni dal 1995 al 2011, altri 217,5 milioni tra il 2012 e il 2014, poi 177 milioni nel 2023 e 57,8 milioni nel 2025. Se si dividono quei soldi per i 24 chilometri dell’asta principale, si arriva a 48 milioni di euro per ogni singolo chilometro. Con gli altri 407 milioni previsti dal 2026 al 2032, il totale salirà a quasi 1,6 miliardi. Sessanta cinque milioni per chilometro. Eppure il Sarno continua ad essere definito uno dei fiumi più inquinati d’Italia e d’Europa.
Le parole del sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti
“Sono numeri che appartengono a un bacino così ampio, sul quale ha agito in prevalenza la gestione commissariale del Generale Iucci per realizzare reti fognarie, depuratori, collettori, oltre alle manutenzioni. Senza avere mai, però, un progetto di natura complessiva. Tutto ciò è stato bocciato nel 2015, dopo che lo avevamo approvato nel 2014, grazie al governo Caldoro e all’assessore Cosenza. A Striano si tenne la riunione, dopo che De Luca vinse le elezioni, e su 39 sindaci 38 erano contrari alle vasche di esondazione, che non sono vasche di laminazione. L’unico a essere a favore del dragaggio del fiume fui io. Quella è stata l’occasione perduta” ci racconta chi la questione la conosce molto bene, continuando e denunciando con coraggio.
“Oggi si ripresenta con questi 407 milioni di euro, per i quali è prevista una spesa fino al 2027 del 10% circa, e la rimanente parte nel settennato 2028-2034. Ma c’è bisogno, nel frattempo, di fare anche lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, perché il completamento della rete fognaria risolve il problema degli scarichi civili e industriali. Il problema del dragaggio è fondamentale, soprattutto per gli allagamenti, e anche per gli allagamenti che arrivano dai paesi del Vesuviano, con la pulizia delle vasche borboniche che ho chiesto facciano parte, naturalmente, di un progetto che ancora non è esecutivo. Perché al tavolo tecnico convocato con i sindaci ci hanno parlato e ci hanno messo davanti a un’idea-progetto, riprendendo il vecchio concetto delle vasche di esondazione, senza entrare nel merito.
Ho riferito che se questo ragionamento lo facciamo con ogni sindaco, potrebbe essere stravolto e ritorneremo di nuovo a oltre dieci anni fa, quando De Luca, per andare incontro ai sindaci, al consenso, agli espropriati terrieri, non mandò in appalto quello che la commissione ambiente europea aveva definito come uno dei progetti migliori in assoluto di riqualificazione di un’area degradata, qual è il fiume Sarno. Oggi di nuovo, anche se molto meno di qualche tempo fa, perché quella puzza, quel tanfo non è più la stessa, anche se provano a far credere il contrario, semplicemente perché tutto questo serve ad attaccare di volta in volta, nel caso di Scafati, il sindaco di Scafati, o i sindaci che provano ad alzare la voce. Pochi, per la verità”.
La passeggiata che racconta trent’anni…
A Sarno, nella parte alta del corso, è ancora possibile vedere il fiume com’era prima. L’acqua è limpida, trasparente. Ci si può specchiare. E ci sono le paperelle bianche, bellissime, che ricordano Sarno di trent’anni fa, quando il fiume era una risorsa, non una ferita. Basta poi procedere di qualche chilometro, scendere verso Nocera, Angri, Scafati, Pompei, per notare il cambiamento. Una passeggiata di pochi passi che racconta una storia terribile di negligenza, incuria e reati, lunga trent’anni.
È questa la metafora più forte di tutta la vicenda. Non servono grafici, non servono analisi chimiche per capire. Bastano i piedi. Da un lato il fiume com’è nato, dall’altro il fiume com’è diventato. E nel mezzo, in quei pochi chilometri, ci sono anni di cronaca, gli sversamenti delle concerie, delle industrie conserviere, le fognature mai collegate, i depuratori mai entrati a regime, i fondi stanziati e mai trasformati in opere. Quel tratto di Sarno limpido racconta che il problema non è il fiume. Il problema è quello che il fiume incontra lungo il suo percorso. È la dimostrazione vivente che la bonifica è possibile, perché l’acqua pulita esiste ancora, a monte. E che il vero lavoro non è inventare tecnologie nuove, ma semplicemente impedire che quel limpido diventi torbido.
Quando si parla di Campania, il pensiero corre quasi automaticamente alla Terra dei Fuochi. Ma la Campania non è solo Terra dei Fuochi. Ahinoi. Il Sarno racconta un’altra faccia della stessa emergenza ambientale, fatta non di incendi notturni ma di scarichi lenti e costanti, di fiumi che diventano fogne a cielo aperto, di un bacino idrografico che per decenni ha assorbito il costo di un modello produttivo che ha costruito ricchezza scaricando il veleno sull’acqua. La storia non è quella di un fiume dimenticato. È quella di un fiume su cui si è speso molto, ma in cui l’acqua non è diventata pulita.
Il nodo, secondo Legambiente e Libera, che chiedono un tavolo permanente con la società civile, non è la mancanza di risorse. È l’efficacia della capacità di spesa e la governance. In altre parole, non mancano i soldi, manca la capacità di farli diventare opere, depuratori, reti fognarie, controlli, chiusure di scarichi, in tempi certi e verificabili. Il Sarno è, infatti, un fiume complesso. Il bacino comprende 33 comuni, con affluenti come la Solofrana, la Cavaiola e la Calvagnola, con un tessuto produttivo denso: aziende conserviere e agroalimentari, concerie, impianti di lavorazione del marmo e della ceramica, insediamenti civili che per anni hanno scaricato direttamente nel fiume perché non collegati alla rete fognaria. La geografia dell’inquinamento è anche la geografia di un territorio che ha prodotto, ma che ha scaricato il costo ambientale sul fiume e sulle comunità che vivono lungo le sue rive.
Negli ultimi anni, il programma “Energie per il Sarno” ha prodotto un primo passo concreto, quasi tutti gli scarichi fognari storici sono stati portati a depurazione e sono stati completati gli schemi fognari dei comuni interessati. Un percorso che ha inciso su oltre 300.000 abitanti. Ma il lavoro non è finito. Restano da chiudere gli ultimi scarichi residui, da potenziare i depuratori di Angri e di Foce Sarno, da rendere il sistema fognario-depurativo resistente a forti piogge, da garantire controlli costanti sulle attività industriali e civili che ancora sversano illegalmente.
La vera sfida non è soltanto ambientale e territoriale ma è soprattutto politica. Il Sarno è un fiume che straripa, che soffre di una portata non controllata, di un alveo che necessita di dragaggio, di vasche di laminazione che consentano di governare le piene prima che diventino emergenza. Senza questa sicurezza idraulica, ogni intervento di disinquinamento rischia di essere travolto da una piena, da un evento climatico estremo, da un allagamento che riporta in superficie tutto quello che si pensava di aver seppellito. I quattro risultati attesi dal programma 2026-2032 sono esattamente la sicurezza idraulica con vasche, controllo delle portate, un fiume definitivamente pulito e un’adeguata riqualificazione ambientale e demaniale. Quattro punti che sulla carta sembrano chiari, ma che nella storia del Sarno si sono sempre scontrati con la stessa barriera istituzionale, il passaggio dai finanziamenti alle opere. La recente seduta monotematica del Consiglio regionale, che si è conclusa con una risoluzione unitaria che riconosce la bonifica come priorità strategica, ha fissato un punto fermo: risorse disponibili, tempi certi, opere realizzate e risultati concretamente verificabili. La Regione ha anche annunciato relazioni semestrali alla Commissione ambiente per monitorare lo stato delle progettazioni, degli affidamenti e della sorveglianza ambientale. È una formula che il territorio ha già sentito molte volte. Ma ora la differenza, se mai ci sarà, deve essere misurabile: chilometri di fognature completati, scarichi chiusi, vasche di laminazione realizzate, depuratori potenziati, acqua analizzata e conforme ai limiti.
Il Sarno è il paradosso italiano. Un fiume che ha ricevuto più denaro di quasi tutti gli altri corsi d’acqua in Europa, ma che continua a non vedere il suo futuro. C’è la concreta preoccupazione che il prossimo piano da 407 milioni resterà solo un bando, il fiume resterà inquinato e la spesa sarà stata solo un elenco di cifre. Se invece diventerà vasche, collettori, controlli e bonifica vera, allora quei 65 milioni per chilometro potrebbero finalmente avere un senso. Non per la nostra generazione, chiaramente spacciata, ma per quelle future che già fanno fatica a nascere a causa dell’ inquinamento.


















