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di Rosario Dello Iacovo

Per chi, come me, ha vissuto per molti anni in una grande capitale straniera, nel mio caso Londra, il dibattito sviluppatosi in queste settimane sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno sul futuro di Napoli suona come irrimediabilmente vecchio.

Non voglio apparire come quello che, avendo vissuto altrove, torna nella propria città con la spocchia di chi pensa di avere sempre qualcosa da insegnare.

È semplicemente il confronto con ciò che ho visto e vissuto altrove a farmi pensare che molte delle parole che oggi a Napoli sembrano nuove appartengano in realtà a una stagione urbana che altre città hanno già attraversato.

Nel suo intervento, Gaetano Manfredi ha parlato di “Grande Napoli”, di una città che deve ragionare su scala metropolitana e oltre, diventare policentrica, collegarsi meglio all’area vasta, utilizzare turismo, innovazione, infrastrutture e grandi eventi per tornare ad avere un ruolo centrale nel Mediterraneo.

Il punto non è che questa prospettiva sia sbagliata, ma piuttosto che è scontata. Napoli è già andata ben oltre i propri confini amministrativi e molte delle cose indicate come futuro rappresentano, altrove, processi avvenuti decenni fa.

Il futuro che altrove è già passato

Sono cose già avvenute altrove. Londra, per esempio, è diventata Greater London a metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Da decenni ragiona su una scala metropolitana che supera di gran lunga i confini della città storica e mette insieme trasporti, lavoro, residenza, servizi e sviluppo economico.

Quando a Londra devo percorrere trenta o quaranta chilometri, so che nella maggior parte dei casi troverò una metropolitana, un treno suburbano o una rete di collegamenti con frequenze da trasporto metropolitano che mi consentirà di farlo senza trasformare ogni spostamento in un’impresa.

A Napoli, invece, devo ancora fare i conti con interruzioni del servizio, con una Linea 1 che, se tutto va bene, passa ogni dieci minuti e con una Linea 6 che consta di fatto di due trenini, ha frequenze da mezz’ora e interrompe il servizio all’ora di pranzo. Oppure con il traffico permanente, che nelle ore di punta diventa congestione insopportabile: provate a entrare e uscire da Napoli nelle ore di punta e vi ritroverete su direttrici trasformate in interminabili file di auto.

È qui che nasce il primo equivoco. Parole d’ordine come città metropolitana, policentrismo, grandi connessioni, capitale mediterranea, attrattività internazionale e infrastrutture strategiche non sono sbagliate. Il problema è che vengono spesso presentate come una visione del futuro quando, in gran parte d’Europa, rappresentano il passato prossimo della modernizzazione urbana.

Sono processi iniziati mezzo secolo fa.

Le grandi città oggi correggono i propri errori

Le grandi città europee hanno già attraversato la stagione della metropolizzazione, della valorizzazione immobiliare, dei grandi eventi, della competizione per attrarre capitali, del turismo come motore economico e della trasformazione dei quartieri popolari in nuove centralità urbane.

Oggi discutono soprattutto delle conseguenze: di come impedire che chi lavora in città non possa più permettersi di viverci, di come frenare una rendita immobiliare che espelle residenti, di come ricostruire servizi di prossimità e sottrarre lo spazio pubblico alla privatizzazione.

Discutono anche di adattamento al caldo estremo e al cambiamento climatico, di come evitare che interi quartieri diventino monoculture turistiche o finanziarie, di come ricucire diseguaglianze che proprio la crescita ha spesso accentuato.

In altre parole, mentre noi cominciamo a discutere di come diventare una grande città europea, molte grandi città europee stanno discutendo di come correggere gli errori commessi quando hanno cercato di diventarlo.

Questo è, secondo me, uno dei limiti della lettura emersa nel dibattito di queste settimane: si continua a contrapporre una Napoli finalmente proiettata verso il futuro a una città che sarebbe rimasta sostanzialmente immobile per decenni, quando alcune delle ricette indicate come nuova frontiera della modernizzazione sono già state sperimentate altrove e oggi vengono profondamente rimesse in discussione.

Le infrastrutture sono un mezzo, non il fine

Questo non significa che Napoli debba rinunciare alle infrastrutture, alla dimensione metropolitana o alla necessità di allargare il proprio orizzonte. Sarebbe assurdo.

Napoli ha bisogno di trasporti moderni, di collegamenti con l’area vasta, di una rete ferroviaria realmente metropolitana, di una relazione più stretta con il resto della Campania e con il Mezzogiorno, di un porto e di un aeroporto pienamente integrati nel sistema urbano. Ma queste sono condizioni necessarie, non una politica della città.

Ed è proprio qui che la “Grande Napoli” rischia di rimanere più un’espressione suggestiva che una trasformazione concreta. Perché la dimensione metropolitana esiste già nella vita di centinaia di migliaia di persone che ogni giorno entrano, escono e attraversano Napoli. Il problema non è proclamarla, ma dotarla finalmente dei servizi e delle infrastrutture che una vera area metropolitana dovrebbe avere.

Se continuiamo a confondere i mezzi con il fine rischiamo di costruire un futuro che altrove è già diventato passato. La domanda non dovrebbe essere soltanto quanto velocemente si possa arrivare ad Afragola, Bari o Roma. Dovrebbe essere anche che cosa accade quando si scende dal treno. Che tipo di città trova chi arriva? E soprattutto che città si diventa per chi già ci vive.

Che città trova chi ci vive?

Una città in cui un ragazzo può uscire da scuola e trovare una biblioteca, un campo sportivo, un cinema, uno spazio pubblico gratuito; in cui un anziano può attraversare il proprio quartiere senza trasformare ogni marciapiede in una corsa a ostacoli; in cui chi lavora può permettersi un affitto.

Una città in cui chi vive a Ponticelli o a Scampia abbia realmente accesso alle stesse opportunità di chi vive al Vomero o a Chiaia. Sono queste, oggi, le domande contemporanee.

Napoli può diventare più collegata, più visitata, più fotografata e persino più ricca senza diventare automaticamente migliore per chi ci vive. Il successo turistico degli ultimi anni dovrebbe averci insegnato proprio questo: ogni crescita genera opportunità, ma anche contraddizioni. E la politica serve a governare entrambe.

Senza lavoro non c’è una grande città

E c’è poi il lavoro. Una metropoli non è grande perché attira milioni di visitatori o perché aumenta il valore degli immobili: è grande se produce possibilità di vita. Napoli e la Campania continuano a perdere giovani formati, competenze, energie.

Possiamo riempire la città di rendering, alberghi, eventi internazionali e nuove centralità urbane, ma se un laureato deve comunque andare via per trovare un lavoro stabile e dignitosamente pagato avremo migliorato la scenografia, non necessariamente la città.

Anche la parola “attrattività” andrebbe maneggiata con maggiore cautela. Attrattiva per chi? Per il capitale immobiliare, per i turisti, per gli investitori? Benissimo. Ma una città dovrebbe essere innanzitutto attrattiva per chi deve decidere se restarci, mettere al mondo un figlio, aprire un’attività, fare ricerca, costruire una vita. È questa la competizione che dovrebbe interessarci.

Il vantaggio del ritardo

Napoli ha allora un vantaggio paradossale: il suo ritardo. Proprio perché arriva più tardi ad alcuni processi, potrebbe evitare di ripetere meccanicamente gli errori compiuti altrove e scegliere di non inseguire il modello della città-vetrina proprio mentre quel modello mostra tutte le sue crepe. Potrebbe, in qualche modo, saltare una fase.

Significa pensare contemporaneamente alla scala metropolitana e alla prossimità, alle grandi infrastrutture e ai servizi sotto casa, all’innovazione e al lavoro stabile, al turismo e alla difesa della residenza. Significa attrarre investimenti senza consentire che siano gli investimenti a decidere quale forma debba avere la città.

È forse questo il terreno sul quale il dibattito aperto dal Corriere del Mezzogiorno potrebbe diventare davvero interessante. Non stabilire semplicemente se Napoli debba essere più grande, più attrattiva o più connessa, ma chiedersi quale città vogliamo costruire mentre finalmente realizziamo ciò che altrove appartiene da tempo alla normalità urbana.

Per questo il vero salto di qualità non consiste nel dire che Napoli deve finalmente comportarsi come Londra, Parigi o Barcellona. Quella rincorsa arriva con decenni di ritardo. La sfida più ambiziosa sarebbe capire che cosa Londra, Parigi, New York o Barcellona stanno cercando oggi di correggere e provare a costruire direttamente una città capace di non ripeterne gli errori.

Altrimenti rischiamo di chiamare futuro ciò che altrove è già accaduto. Rischiamo di confondere il domani con la storia, senza accorgerci degli errori che la storia ha commesso.