A guardarla bene è anche prezzata. Come se il dolore che rappresenta potesse essere calcolato, come se ciò che racconta potesse essere stimato, come se ciò che è per Torre Annunziata potesse essere comprato e persino regalato o mostrato. Ed invece soltanto gli abitanti della città oplontina che devono fare i conti con il passato e con il presente, continuando a pagare un prezzo altissimo. Ecco perché chi ha visto la vetrina in centro, addobbata per la festa della Madonna della Neve, ha gridato alla vergogna di fronte a una pistola di ceramica bianca con particolari dorati.
In una città dove l’arma è stata per decenni simbolo di potere, di ricatto e di morte, esporla tra lampade piumate e scatole gioiello significa normalizzare la violenza, renderla oggetto di arredo.
A inizio ottobre la Direzione distrettuale antimafia ha colpito la terza generazione dei clan, giovanissimi finiti in manette, mentre il rampollo della famiglia Gionta risulta ancora ricercato. La camorra a Torre Annunziata non è un ricordo, si rigenera, si traveste e oggi si è fatta anche soprammobile.
Alla vigilia della processione della Madonna della Neve risuonano le parole del cardinale Domenico Battaglia che il 19 settembre scorso ha ricordato come ” nella camorra non ci sia nulla di religioso e a chi spegne la vita di un fratello non basti inchinarsi davanti a una statua, perché quelle candele non fanno luce “.
La denuncia arriva dal Presidio Legalità di Libera: “Chiediamo che quell’oggetto venga ritirato e che nessun commerciante della città esponga armi trasformate in ornamento, perché chi le mette in vetrina presta il proprio spazio alla cultura dei clan, che lo voglia o no. Davanti al linguaggio della camorra non esiste neutralità e non esistono oggetti innocui. Torre Annunziata non è e non sarà la vetrina dei boss, e lo diciamo nel nome di Raffaele Pastore e di Luigi Staiano, uccisi per aver detto no al racket, e di tutti quelli che ogni giorno, in questa città, scelgono di stare dalla parte della giustizia e della libertà, senza piegarsi alla prepotenza dei clan”.


















