di Rosario Dello Iacovo
Trovare casa a Napoli è diventato un incubo. Non è una esagerazione retorica, ma la fotografia di difficoltà sempre più insormontabili.
Perché succede? Perché si sommano affitti troppo alti rispetto ai redditi, un numero crescente di case destinato ai turisti, garanzie difficili da soddisfare e contratti che offrono una sistemazione soltanto provvisoria.
Partiamo dai soldi. Secondo i dati di Idealista riportati da Repubblica, appena il 27% delle abitazioni offerte in affitto a Napoli è accessibile al reddito familiare medio cittadino. Poco più di una su quattro, contro una media nazionale del 63%.
Il prezzo degli affitti è aumentato di circa il 43% in dieci anni. Intanto, nei dati sulle dichiarazioni dei redditi del 2024, circa il 30,6% dei dichiaranti napoletani non supera i 10 mila euro annui. Ecco perché confrontare soltanto i prezzi con quelli di Milano serve a poco: bisogna vedere quanto guadagna chi deve pagarli.
Secondo i dati Istat del 2019 ripresi da Openpolis, il 38,3% delle abitazioni occupate a Napoli è in locazione. Quasi quattro abitazioni su dieci. Una parte enorme della città è quindi esposta al peso dei canoni e all’incertezza che accompagna la scadenza di un contratto.
Poi ci sono le garanzie. Trovi annunci che chiedono un contratto a tempo indeterminato, altri che pretendono due buste paga nello stesso nucleo familiare. In alcuni casi la preferenza va ai dipendenti pubblici, quando non è proprio una condizione ineludibile.
E qui arriva il paradosso. Ci sono annunci che richiedono un lavoro a tempo indeterminato per concedere un affitto compreso tra sei e diciotto mesi. Tu devi garantire stabilità. In cambio ricevi una casa a scadenza.
Nell’inchiesta di Alessio Gemma pubblicata oggi su Repubblica, Federproprietà riferisce che circa metà dei contratti certificati quest’anno dall’associazione a Napoli è transitoria, contro il 20% di tre anni fa. Il dato riguarda la loro attività, non tutti i contratti cittadini. Ma il problema è concreto: se cerchi un posto dove costruire una vita, una sistemazione per pochi mesi non risolve il tuo bisogno.
Su tutto questo pesa la crescita delle locazioni turistiche. La ricerca coordinata dal Politecnico di Torino conta oltre 16.600 unità attive su Airbnb a Napoli nel 2024, quasi il doppio rispetto al 2017. Non erano necessariamente tutte abitazioni prima disponibili per i residenti, ma le dimensioni raggiunte dal fenomeno spiegano perché sia necessario governarlo.
Il Comune ha approvato una misura che, negli edifici interessati del centro storico, riserva almeno il 70% della superficie considerata dalla disciplina all’uso residenziale ordinario: è il limite agli usi ricettivi generalmente riassunto nella formula del 30%. Un argine necessario, che appare però del tutto insufficiente. Anche perché preservare l’uso residenziale non garantisce, da solo, un affitto sostenibile, un contratto stabile e condizioni accessibili a chi lavora.
È la somma di questi fattori a rendere la ricerca così difficile. Una casa costa troppo. Un’altra è per i turisti. Un’altra ancora è riservata agli statali. Quella che potresti permetterti te la concedono soltanto per un anno.
E allora ci si sposta. Si cerca nei comuni dell’ex provincia di Napoli, si allarga la ricerca fino al Basso Casertano. Ma il problema dell’abitare, a quel punto, incontra quello dei trasporti.
I dati Tecnocasa sugli acquisti danno la misura dello spostamento: nel 2025 il 43,6% degli acquirenti residenti a Napoli, nelle compravendite rilevate dalle reti del gruppo, ha comprato fuori città. Nel 2019 era il 24,6%.
Non è una dinamica esclusivamente locale. Nelle grandi metropoli europee si vive anche molto lontano dal centro. A Londra, non abiti a Trafalgar Square a meno che tu non sia un milionario.
La differenza è ciò che trovi quando ti allontani.
A Londra puoi vivere anche a trenta chilometri dal centro e continuare a muoverti con i mezzi pubblici. Secondo Transport for London, oltre il 96% dei residenti vive entro quattrocento metri da una fermata dell’autobus, treno, Overground o metropolitana.
Nell’area napoletana lo scenario è chiaramente diverso. Ci sono direttrici lungo le quali ci si riesce a muovere con una certa rapidità, ma è una situazione a macchia di leopardo, dove i buchi sono più grandi delle macchie. Sulla Circumvesuviana, più dei rapporti di Legambiente che documentano ritardi, soppressioni e sovraffollamento, la fotografia più efficace la scattano quotidianamente gli utenti sui social.
Non basta, quindi, andare a vivere più lontano per spendere meno. Bisogna chiedersi come si raggiungerà il lavoro, come si tornerà a casa dopo un turno serale, come andranno i figli a scuola. E quanto si spenderà per un’automobile che magari, prima, non serviva, o occorreva molto meno.
Il risparmio sull’affitto può finire in carburante, assicurazione, parcheggi. E in ore di vita perse negli spostamenti.
E chi non riesce a sostenere nemmeno questa soluzione? Dovrebbe poter contare sull’edilizia pubblica. Ma i numeri raccontano quanto sia stretta anche quella strada.
All’avviso regionale del 2026 sono arrivate 9.179 domande per il Comune di Napoli. In tutta la Campania le richieste sono state 45.726, oltre il 44% in più rispetto al precedente avviso del 2022. Sono domande presentate, ancora da verificare, ma danno la misura del bisogno.
Di fronte a questa domanda, nell’inchiesta di Gemma l’assessora all’Urbanistica Laura Lieto dichiara: “Non abbiamo appartamenti vuoti di edilizia popolare”.
Novemila richieste, neanche una casa da assegnare. Sipario.


















