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Le terre non diventano infelici da un giorno all’altro. Prima arriva un episodio. Poi un altro. Poi ci si abitua. Una mazzetta. Un appalto sospetto. Un’interdittiva antimafia. Un fiume inquinato. Un impianto che brucia. E ogni volta ci raccontiamo che si tratta di una storia diversa. Forse è proprio questo l’errore.

La Terra di Lavoro che trent’anni fa scopriva di essere diventata la terra dei Casalesi non nacque improvvisamente con i kalashnikov per strada. Prima ancora delle pistole era nato un metodo. Un sistema di rapporti, interessi, silenzi e convenienze. Benevento non è Casal di Principe. E sarebbe irresponsabile sostenerlo.

Ma la domanda oggi è un’altra: siamo proprio sicuri di poter continuare ad aspettare prima di preoccuparci? Basta mettere in fila quello che è accaduto nel Sannio negli ultimi mesi. Una mazzetta da quattromila euro (ed altri mazzetti in cassaforte) che, secondo l’accusa, finisce nelle mani di un dirigente del Comune di Benevento.

Un’altra, presunta, da sessantamila euro contestata dalla Procura nell’inchiesta sugli appalti. Cinquantatré indagati. E l’ipotesi degli investigatori di un sistema capace di condizionare gare pubbliche e concorrenza. Poi le interdittive antimafia firmate dalla Prefettura. Quattro soltanto dall’inizio del 2026. E proprio la Prefettura, a luglio, ha messo nero su bianco che la provincia di Benevento “non è immune dai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico e imprenditoriale”.

Poi gli spari. Gli omicidi. Morti. In una provincia che fino a qualche anno fa sembrava osservare certe scene soltanto nei telegiornali. Poi i rifiuti. Un impianto che brucia ad Airola. Una gigantesca nube nera che attraversa la Valle Caudina e arriva fino alle porte di Benevento. Sindaci che invitano i cittadini a chiudere porte e finestre. ARPAC chiamata a cercare diossine, furani e PCB nell’aria.

E ancora il Calore. L’impianto di Biometano. Gli scarichi. I depuratori. L’inquinamento. Storie diverse. Diversissime. Nessuno può sostenere che esista un filo giudiziario capace di unirle tutte. E nessuno dovrebbe provare ad inventarlo. Ma possiamo davvero continuare a considerarle soltanto episodi?

Qualche decennio fa, poco più in là, un’altra terra imparò nel peggiore dei modi che il problema non erano soltanto i kalashnikov. Era tutto quello che cresceva intorno. La chiamavano Terra di Lavoro. Tra gli anni Ottanta e Novanta la provincia di Caserta aveva conosciuto la stagione più feroce della guerra di camorra. Morti ammazzati. Faide. Clan che si contendevano pezzi di territorio. Il processo Spartacus avrebbe poi ricostruito una parte enorme di quella mattanza e della struttura criminale costruita intorno al clan dei Casalesi.

Ma sarebbe un errore pensare che quella storia sia stata soltanto una storia di pistole. Mentre si sparava, la camorra imparava a fare altro. Imparava a fare impresa. A mettere le mani sugli appalti. Sui subappalti. Sulle aziende. Sul movimento terra. Sul cemento. Sui rifiuti. E soprattutto imparava che per comandare un territorio non serviva necessariamente controllarlo con una pistola. A volte bastava una scrivania.

Negli anni Novanta e Duemila il sistema dei Casalesi aveva ormai sviluppato una straordinaria capacità di penetrazione nell’economia legale. Le relazioni parlamentari e le indagini della magistratura avrebbero raccontato negli anni una rete nella quale criminalità organizzata, imprenditoria, professionisti e pezzi della pubblica amministrazione potevano incontrarsi.

Gli appalti diventavano affari. Le autorizzazioni diventavano affari. I rifiuti diventavano affari. Persino la terra diventava un affare. Nel 2000 una relazione della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti arrivò a descrivere la provincia di Caserta come il “territorio dell’ecomafia”. Già due anni prima la stessa Commissione aveva ricostruito meccanismi attraverso i quali rifiuti, anche pericolosi, provenienti da altre parti d’Italia potevano cambiare identità attraverso false certificazioni prima di essere smaltiti nel Casertano.

Era la camorra che aveva cambiato pelle. Meno visibile. Molto più pericolosa. Quando la criminalità entra nell’economia non ha più bisogno di stare fuori dal Palazzo. Prova ad entrarci. Ed è qui che la storia di Terra di Lavoro dovrebbe interessarci oggi. Non per sostenere che Benevento stia vivendo la stessa storia. Non ci sono elementi per dirlo. Ma per ricordare come cominciano certi processi. La camorra non è soltanto un’organizzazione criminale. Esiste anche un metodo che può prosperare persino dove la camorra non c’è.

È l’idea che la scorciatoia sia più conveniente della regola. Che una gara possa essere indirizzata. Che una mazzetta possa comprare una decisione. Che il rapporto tra politica, amministrazione e impresa possa superare il confine della fisiologia. Che un controllo possa essere evitato. Che l’ambiente possa diventare il prezzo da pagare per fare affari.

E soprattutto che, dopo un po’, tutto questo smetta persino di scandalizzare. È l’assuefazione il vero campanello d’allarme. Ed è per questo che sarebbe sbagliato aspettare di trovare un clan dietro ogni episodio prima di cominciare a preoccuparsi.

Nel Sannio qualche segnale esiste già. Non lo sostengo io. Lo scrive la Prefettura quando avverte che Benevento non è immune dai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia. Lo raccontano le interdittive antimafia. Lo raccontano le inchieste sugli appalti. Lo raccontano, con tutte le garanzie dovute agli indagati e senza anticipare sentenze che spettano soltanto ai tribunali, le contestazioni delle Procure.

E poi c’è tutto il resto. Un territorio che sembra improvvisamente diventato più permeabile. Alla violenza. All’uso delle armi. Agli interessi. Agli affari. All’inquinamento. Alla convinzione che tanto, alla fine, sia sempre soltanto un altro episodio. Benevento non è Casal di Principe. Il Sannio non è la Terra di Lavoro degli anni Novanta. E proprio perché non lo è bisogna fare di tutto affinché non debba mai somigliarle.

Non quando sarà troppo tardi. Adesso. Quando i segnali sembrano ancora solo dei segnali. Quando una mazzetta resta una mazzetta. Un appalto sospetto resta un appalto sospetto. Un’interdittiva resta un’interdittiva. Un rogo resta un rogo. Prima che l’eccezione diventi normalità.

Nel frattempo la classe politica? Troppo impegnata ad assicurarsi un nuovo scranno d’oro. A Montecitorio. A Palazzo Madama. A Santa Lucia. O, più modestamente, a Palazzo Mosti.